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Infondati. I discorsi privi d’argomenti sono campati in aria. Non c’è neanche bisogno di controbattere: crollano al primo sbadiglio. Parlando a vanvera sprechiamo solo fiato. Perché fa parte delle regole comunicative fornire i motivi che stanno alla base delle nostre posizioni. “È così punto e basta” o “perché sì” non convincono neanche la parrucchiera disposta ad assecondarci durante la messa in piega. Non basta avere delle idee: bisogna spiegarne le ragioni. Le opinioni devono essere fondate.
Di questo parla Heidegger in Sein und Zeit. Solo che qui la ricerca dei fondamenti scava così in profondità da trovare l’infondatezza.
Perché l’essere e non piuttosto il nulla?
L’amletico dilemma non resta sospeso in quel centinaio di pagine. Si fa carne con la partecipazione di Heidegger e Cassirer alla seconda edizione dei corsi estivi di Davos. Dalla pubblicazione di Essere e Tempo sono trascorsi due anni appena, ma Heidegger è già famoso, all’apice del suo successo, grazie a quel libretto così diverso dalle opere dei professori, dirompente nei contenuti come nel formato, dove tempo ed esistenza sono finalmente affrontati con penna schietta, fresca, tagliente, concisa. Gli studenti aspettano solo lui: una brezza giunge a rinfrescare l’aria viziata delle aule universitarie.
Nel frattempo un vento gelido spira sulle vette di Davos, fra le montagne svizzere, ricoperte di neve bianchissima e lucente. Fulgida come l’aureola di capelli che incorona Cassirer, anche lui una star, futuro rettore dell’Università di Amburgo e autore di una monumentale Filosofia delle forme simboliche. Cassirer pare l’unico in grado di tenere testa al dilagare della febbre heideggeriana. E così gli organizzatori invitano lui e la moglie, mettendoli in guardia sui modi bruschi ed eccentrici di Heidegger. “Senza il minimo rispetto delle più elementari convenzioni sociali” – commenterà molto tempo dopo la signora Cassirer.
In quei giorni del 1929 la battaglia fra lo spirito dell’essere e quello del nulla culmina in una disputa su Kant.
Cassirer, neokantiano, esponente di spicco dell’idealismo, è un uomo tutto conoscenza e intelletto. Sostiene che il sapere debba aspirare all’universalità, che la cultura sia affermazione, vita e progresso umano, che il confronto sugli argomenti sia la via maestra per rischiarare il mondo da paure e superstizioni.
Heidegger, allievo eterodosso di Husserl, portavoce di una filosofia rampante e irrequieta pronta a scalzare tradizioni e luoghi comuni vecchi di secoli, ammicca, schernisce, scruta l’avversario con occhi penetranti, lo sguardo obliquo, replica fra i baffi che le domande sull’essere vanno poste in modo radicale, e che la cultura è una schiuma sull’abisso, sul nulla, esposta all’arbitrio, all’errore, alla relatività.
Il confronto fra i due non è solo filosofia, ma un tableau letterario. A Davos era ambientata La montagna incantata, un romanzo, uscito qualche anno prima, dove Mann aveva impresso lo spirito dei tempi, lacerato dalle contraddizioni, indeciso fra passato e presente, diviso fra ragione e superstizione, scienza e magia, incantato dai miracoli della tecnica quanto curioso per i misteri custoditi nello scrigno di Pandora. E così gli studenti di Davos si trovano davanti una messa in scena del capolavoro di Mann, con Cassirer nei panni dell’umanista Settembrini e Heidegger in quelli demoniaci di Naptha.
Heidegger-Naptha incalza l’avversario chiedendogli se il compito della filosofia sia liberare gli uomini dalla paura – o non piuttosto quello di metterli a confronto con essa. Settembrini-Cassirer risponde: “La filosofia può liberare l’uomo soltanto nella misura in cui egli può venir liberato. Così, sicuramente, lo libera dalla paura in quanto mero stato emotivo. Ma lo scopo ultimo è la libertà in senso diverso”.
Gli uomini sono liberi di scegliere. Ma in che senso? Comunicativo o esistenziale? Decidiamo in base agli argomenti? È “la libera costrizione dell’argomento migliore” – come dice Habermas – a farci scegliere? O sono in gioco come viviamo e cosa vogliamo diventare – e quindi oltre alla testa i piedi, il petto, la pancia?
Risponde la storia.
Un’assolata domenica pomeriggio decisi di visitare la Porta di Brandeburgo, ma il monumento mi deluse così tanto che gli lanciai giusto uno sguardo e mi allontanai, prendendo una direzione a caso e lasciandomi alle spalle il suo fasto neoclassico. Fu allora, un po’ sovrappensiero, che giunsi in una piazza come non ne avevo mai viste: un’ampia spianata dai confini irregolari, tutta ricoperta da pietre rettangolari, allineate e affiancate l’una all’altra.
Attratta dal profilo ondulato e dalla fitta maglia dei blocchi, che mi parvero tante panchine, presi ad avventurarmi nel piazzale. Da fuori, però, qualcosa mi aveva ingannato: anziché seguire una linea retta, la via tra le pietre discendeva. Quelle che erano sembrate panchine divennero colonne, pilastri scuri la cui sommità cominciò a innalzarsi rapidamente verso l’alto. Mi ritrovai in una spoglia foresta di pietra, i cui tronchi lisci e regolari si stagliavano per metri sopra la mia testa, tagliando a spicchi l’azzurro del cielo e allontanando il calore del giorno. Ero sola col rumore sordo dei miei passi, nel freddo e nel buio di un abisso che credevo dimenticato. Per un attimo pensai d’essermi persa in quel labirinto; poi la via riprese a salire, le colonne di pietra si fecero più corte e potei nuovamente scorgerne la cima. Allungai il passo. Finché un raggio di sole m’illuminò il viso.
Perché il nulla e non piuttosto l’esserci? Heidegger! Rispondi!

Elena Corsi
24/03/2015

Immagine: Due uomini contemplano la luna, Caspar David Friedrich, 1825-30.

 

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