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“Nei salotti lustrati da servi venerati / Nei concerti segreti dai segreti merletti / Nei templi invecchiati da ricordi fottuti / È là che appassisce la Musica, è la che abortisce la Musica / Noi… nelle strade la vogliamo la musica / E ci verrà! / E l’avremo la Musica”.

Leo Ferré tuona contro Beethoven, che maledisse i musicisti, obbligandoli a scegliere fra orfanotrofio e registro dei classici. Beethoven diede alla luce la musica ufficiale, trasformandola in una faccenda per esperti. Presto la musica divenne materia di studio: prima di praticarla, bisognava conoscerla.
A sei anni siamo già provvisti di un certo vocabolario, eppure ci spediscono a scuola. Qui scopriamo con disappunto come il linguaggio sia una cosa seria e astratta. Era così diverso quando la mamma cinguettava e noi replicavamo a monosillabi con la bocca piena di latte! Per scrivere bisogna imparare grammatica e ortografia: all’improvviso eccoci al cospetto di un insegnante d’italiano dotato di registro e matita rossa – carta assorbente, ore di calligrafia e correzione della scrittura mancina sono solo un ricordo lontano…
Lingua e linguaggio non coincidono. Attorno all’Accademia dei Lincei pullulano dialetti, gerghi, parole d’ordine, spot, bar, supermercati. È dal brulichio che emergono nuove forme di vita: i dizionari seguono il passo con edizioni rivedute e ampliate. Niente di strano: d’altronde la storia cammina con l’uomo.
E la Filosofia?
Si pratica in milioni di modi. Sebbene i filosofi siano al massimo due. Quello serio si chiama Schopenhauer: ogni pomeriggio afferra cappello e bastone e passeggia col suo cane, mentre il resto del giorno siede in pantofole davanti al camino – tranne la mattina, quando fa servire la colazione in camera. L’altro è matto da legare: molesta il prossimo, rovista nell’immondizia, se ne infischia del buoncostume e delle buone maniere, vive in strada come i randagi e fa la spola da un luogo all’altro senza meta né patria – non per niente è soprannominato il Socrate pazzo.
Sono atteggiamenti inconciliabili: mentre il primo, a forza di rimuginare dalla finestra, si convince che il mondo sia un quadro dipinto dalla sua fervida immaginazione, il secondo, inselvatichito dalla vita di strada e dagli stenti, finisce per imitare gli amici a quattro zampe e beccarsi una denuncia.
La storia della filosofia trabocca di Schopenhauer. Pensare richiede tempo libero, perciò il filosofo vive nell’ozio. Ciò non vuol dire che abbia vita facile. Le idee non piovono certo dal cielo. La storia della gravità scoperta a causa di una mela piombatagli in testa è un esempio paradigmatico di stacanovismo intellettuale: Newton non riusciva a distendersi neanche sotto le fronde degli alberi. Pensare richiede poi molte altre cose: pancia piena, tetto, letto e scrittoio, che sommati insieme fanno, se non una casa intera, perlomeno “una stanza tutta per sé” – come la chiamò Virginia Woolf.
Ultimo requisito: studiare filosofia. Schopenhauer seguì i corsi di Fichte, ma la scelta del docente è secondaria. L’importante è frequentare lezioni e rifuggire il dilettantismo dell’autodidatta. Checché se ne dica, il Filosofo non nasce maître-à-penser, ma occupa per anni un posto fra le ultime file di una qualche aula magna, dove riempie quaderni di appunti e ascolta, e solo ogni tanto si permette di scuotere la testa quando qualcosa non lo convince. Benvenuti nell’utero del pensiero filosofico: le Università.
È una storia vecchia quasi quanto la filosofia. La Scuola di Atene e Platone furono un’eccezione: ai tempi di Schopenhauer il modello è consolidato. Si tratta della parabola di una filosofia accresciuta dai secoli, conservata nei libri e imparata sui banchi di scuola. Inutile girarci intorno: non è affatto vero che ognuno abbia la sua filosofia, che i bambini siano filosofi naturali o che tutti si chiedano chi siamo e dove andiamo. La filosofia è una materia di studio come le altre. L’unica differenza è non sapere a cosa serva. Socrate lo aveva già capito nel IV secolo e fu ritenuto il più saggio di tutti i Greci.
Venerdì 27 febbraio 2015. Accademia delle Arti di Berlino. Una schiera internazionale di ricercatori s’iscrive nel registro, sale le scale e si mette a lavorare su Benjamin o Adorno. Ma l’edificio sta tremando. È circondato da un mastodontico cantiere, pieno zeppo di operai, impalcature e passerelle, scosso a intervalli regolari, assordato dal frastuono delle macchine perforatrici, immerso nel saliscendi di travi e uomini. I tremiti che agitano le pareti di questa moderna fortezza del sapere ricordano inevitabilmente i violenti colpi di un assedio.
Giovedì 3 novembre 1904. Penisola di Liaodong in Manciuria. Migliaia di giapponesi si lanciano contro i bastioni di Port Arthur. Vogliono festeggiare il compleanno all’Imperatore cercando di strappare ai russi la “Gibilterra dell’Asia Orientale”. Tuonano i cannoni. Terrapieni e trincee si riempiono di cadaveri. Sotto le mura prende forma una singolare commistione tra guerra antica e moderna. Port Arthur non cade quel giorno: l’ultimo assedio della storia dell’umanità si conclude solo due mesi più tardi, con la resa della guarnigione sfinita da oltre centocinquanta giorni di combattimento.
Quando la filosofia si arrocca, può insegnarle qualcosa la poliorcetica. Dalla guerra di Troia a Port Arthur la sua storia ha come costanti gli assediati e gli assedianti: da una parte una realtà impenetrabile cerca di preservarsi nella propria unicità, dall’altra un mondo esterno desidera impadronirsi dei beni custoditi all’interno delle mura. Gli assediati non resistono mai in eterno e i castelli si conquistano spesso per fame. Perciò, come i troiani combatterono fuori dalle porte Scee, l’architettura militare moderna non pensa solo alla difesa, ma si proietta all’esterno: nascono punti di fuoco, passaggi segreti, guerra di mina e contromina.
La torre d’avorio non può illudersi di sopravvivere per sempre all’assalto del mondo. Nonostante la protezione delle mura le garantisca la tranquillità necessaria al libero sviluppo del pensiero, sarebbe saggio mantenere aperte vie d’accesso alla realtà circostante, magari con percorsi inattesi e sorprendenti. In alternativa la sua fine sarà la capitolazione, poco importa se per fame o per conquista. E poi sarebbe bene tenere a mente che gli unici edifici veramente impermeabili sono le carceri e i sepolcri.

Elena Corsi
03/03/2015

Immagine: Diogene cerca l'uomo, Johann Tischbei.

 

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