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D’inverno alcuni animali vanno in letargo. Prima si riempiono la pancia, poi si sgranchiscono le zampe, infine fanno un grosso sbadiglio e s’infilano in una grotta fino all’arrivo della primavera. A noi può sembrare uno spreco di tempo essere costretti dalla natura a ronfare per metà dell’anno. Eppure ci sono forme di vita per le quali tutto questo è normale. Prendiamo per esempio la marmotta. Che deve fare quando la terra è ricoperta di neve e ghiaccio? Congelarsi i piedi? Rovinarsi la dentatura a forza di digrignare dal freddo? Meglio avere pazienza: fra poco potrà sgranocchiare quei succosi semi in salsa di germogli di pungitopo freschi tanto buoni che ha trovato l’anno scorso…
Che le ore di sonno vadano sottratte a quelle di reale esistenza su questo pianeta è opinione comune. In fin dei conti il dormiente è un essere depotenziato. Il suo corpo, mezzo di azione e interazione, giace disteso. Al colpo di sonno è inutile resistere: le membra cedono d’improvviso a una forza misteriosa. Coscienza e volontà piombano in un abisso insondabile. Il tempo della vita si svolge fra un risveglio e l’altro.
Oltretutto i dolci intermezzi della nostra biografia, pur essendo parte integrante dell'esistenza, sono associati al morire. I defunti riposano in pace e la morte è il sonno eterno sono espressioni d’uso comune che attestano l’esistenza di un inquietante parallelo fra siesta e rigor mortis. Dimenticando che quando dormiamo sogniamo. E che, visto in quest’ottica, un periodo di letargo non è poi così male. In fondo la marmotta trascorre mesi interi nel mondo dei sogni. Certo che farà qualche incubo. D’altra parte neanche la veglia risparmia brutte sorprese.
Anche Berlino, che non a caso sfoggia un orso come simbolo, va in letargo, sebbene per un periodo molto limitato. L’evento cade di necessità a febbraio e dura undici giorni: quest’anno è accaduto fra il 5 e il 15, periodo in cui migliaia di persone, biglietto alla mano, hanno fatto il loro ingresso in tante sale buie, sono sprofondate in morbide poltrone di velluto, hanno reclinato dolcemente la testa, lasciandosi trasportare nel mondo dei sogni da quattrocento pellicole cinematografiche diverse. Tutto questo si chiama Berlinale.
Un film a casa non ha il potere onirico di uno al cinema. Sul divano in salotto dobbiamo stringerci in tre: il quarto ha in mano il cellulare e chatta con gli amici. Lo schermo che abbiamo davanti, nuovissimo, ricopre quasi una parete: peccato sia incorniciato dal resto dei mobili di casa. Oltretutto… No! Ci risiamo! Il gatto ha appena mandato in pezzi un vaso e costretto gli spettatori all’intervallo della scopa.
Invece al cinema, dopo l’iniziale irritazione del costo del biglietto, la proiezione sembra tagliata su misura per noi. Non solo abbiamo un posto riservato, ma quando l’occhio dello schermo si spalanca e inizia a inondarci con la sua luce, non possiamo fare a meno di ricambiare lo sguardo fino alla fine della proiezione. È un’esperienza arcaica: nel mito della caverna, Platone raccontò di spettatori ammaliati dalla danza delle immagini – pur accontentandosi di rudimentali ombre riflesse dalla luce del fuoco. Calvino diceva: “Le storie sono il collante del mondo”. Ebbene per Platone le immagini erano le catene degli occhi.
Però nel cinema moderno sarebbe più corretto parlare di catene d’immagini. Guardare a lungo una foto o un quadro ci annoia. Il film invece soddisfa l’irrequietezza naturale dello sguardo fino a ingannarlo. Ci succede qualcosa di analogo a quando osserviamo una scena attraverso le finestre del palazzo di fronte: le interruzioni dovute agli intervalli di parete sono una festa per l'immaginazione, che si mettono subito a fare il lavoro di completamento, colmando le lacune e facendoci percepire una perfetta sequenza. Da un’esperienza del genere Hitchcock ha ricavato la sceneggiatura di un giallo: La finestra sul cortile.
Al cinema siamo preda della rappresentazione e spogliati della volontà. Come nei sogni. Il velo di Maya cade sulle nostre palpebre. Morfeo ci ricopre di petali di papavero. Orfeo lo accompagna suonando la lira. Ed eccoci trasportati in un altro universo, dove è permesso immedesimarsi in altre vite, avventurarsi nella giungla, salvare il mondo, assistere un parente malato, rivivere il primo amore, trovare il Santo Graal, diventare ricchi, cadere in rovina, reincarnarsi, avere le ali, la coda, dirigere un’orchestra…
A un tratto l’illuminazione sui titoli di coda ferisce gli occhi. Bisogna abbandonare la sala cinematografica. L’operazione costa fatica. Gli spettatori stirano le membra, si attardano. Quelli in piedi sfilano come sonnambuli. Solo l’aria fresca riporta tutti alla realtà. Il tempo riprende a scorrere. Sulla via del ritorno il ricordo del film si fa sempre più sfuocato, dobbiamo discuterne con qualcuno per non lasciarlo andare.

Elena Corsi
24/02/2015

Immagine: Logo Berlin International Film Festival 2015

 

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