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Blu è stato ridipinto di nero.
Accade la notte fra l’11 e il 12 dicembre. In quei freddi giorni invernali Berlino fa la fila nei negozi e pattuglia un mercatino dopo l’altro alla ricerca di doni natalizi, concedendosi giusto il ristoro di una bevanda calda, magari accompagnata da una fetta di torta che gusta in piedi, fra mille vapori fumanti, coi gomiti appoggiati al tavolo di uno dei tanti baracchini che popolano le aree pedonali. In un tale viavai di gente la notizia fa presto il giro della città. Giornalisti e fotografi si precipitano a Kreuzberg, nella Cuvrystraße, per verificare di persona. Tutto vero. I graffiti di Blu sono scomparsi. O meglio: non sono più visibili. Perché le figure dipinte dall’artista sono sempre al loro posto. Però ricoperte di vernice nera.
Writer delle occupazioni a Bologna, sul conto di Blu circolano dicerie e leggende metropolitane. Tempo fa Senigallia ha esibito con fierezza le tracce di trascorsi artistici più vecchi di quelli bolognesi, rivendicandone i natali. Ma è difficile ricostruire la vita di chi non ha volto. Pur avendo un sito internet, Blu non compare in pubblico né rilascia interviste, in più evita di farsi ritrarre, riprendere o fotografare. Il suo pseudonimo non è altro che un’unità di stile: solo l’apparizione di un’opera segnala la presenza dell’artista. E una pittura grande quanto la facciata di un palazzo non passa certo inosservata.
L’atto di quella notte, inizialmente avvolto nel mistero e solo dopo rivendicato su internet, fu sospettato di vandalismo. Chi ha rovinato le opere? Questo moto d’indignazione con cui si reagì alla deturpazione dei graffiti, fiore all’occhiello del quartiere, ha qualcosa d’insolito. Blu non è in fondo poco più che un graffitaro? Un imbrattamuri? Uno che avrà fatto il suo apprendistato dipingendo incappucciato come un rapinatore? Chissà quante volte si sarà dato alla fuga con la municipale alle calcagna!
Ma è risaputo che gli artisti, soprattutto i migliori, sono gente poco seria, stravagante, e con le rotelle fuori posto: noi li apprezziamo proprio per questo. In tutte le sue evoluzioni recenti, dal melanconico al genio, l’artista incarna il tipo fuori dagli schemi, un moderno buffone cui la società concede la libertà di dire che il re è nudo. Ovviamente le cose si complicano quando i re sono i buffoni stessi – probabilmente in questi casi il malcostume va denunciato nella massima compostezza.
A occhi e orecchie allevati a italiano il nome Blu arriva diretto come un treno. I berlinesi lo pronunciano come noi, senza anglicismi, con una vocale piena e terribile da fare invidia alla scapigliatura letteraria – spesso pare di udire “BU!” e dobbiamo voltarci alla ricerca di un eventuale monello. Il punto di forza dello pseudonimo è il monosillabo: adatto a ogni gola del mondo e potente come i suoni inarticolati. Siamo oltre il linguaggio inteso come sistema di segni. Siamo alle radici della lingua: quando le parole aderiscono a suoni e cose, come la pelle alle ossa, così da formare un unico corpo e un’unica materia, in un amalgama magico dove “il sale, per favore!” smuove il condimento anziché il commensale.    
Poi c’è il colore. Blu è la tonalità del cielo e del mare, cioè dell’aria e dell’acqua, gli elementi dell’infinito. Dicendo blu gonfiamo bolle di sapone: non importa se stiamo canticchiando immersi nella schiuma del bagno. Un nome del genere non si sceglie per puro caso. L’artista manipola colori: sono loro gli ingredienti fondamentali della sua cucina. Anche quando non li usa. Perché l’arte vive d’apparenza, ma la percezione è influenzata dall’illuminazione, e la luce è prodotta dai colori.
In storia dell’arte il blu richiama alla mente Kandinskij e Der Blaue Reiter. Personaggio fiabesco da non confondere col principe azzurro, il cavaliere blu rappresenta il puro spirito del sentimento in perenne lotta col gretto materialismo. Sulla copertina dell’almanacco vengono dipinte figure bianchissime racchiuse in una bolla blu in procinto di volare. Qui un intrepido cavaliere tende in aria un lungo e svolazzante mantello. Intanto il fedele destriero si appresta a un salto epico: le zampe posteriori non resteranno a terra a lungo. Una specie di saetta obliqua accompagna lo slancio dell’intera scena. Qualche morbida onda colorata chiude l’angolo destro dell’immagine. In cima, un festone incornicia i piedi di un tuorlo d’uovo: sono il titolo e il sole.
Torniamo a Berlino. Qualche anno fa Blu pittura la Cuvrystraße. Su un edificio compare una zuffa fra ragazzacci intenti a sfilarsi la maschera con l’intenzione di cavarsi gli occhi. Sull’altro un uomo, di cui non vediamo la testa, si aggiusta la cravatta: ma i suoi polsi sono incatenati a orologi d’oro fuori sincrono. Si tratta chiaramente di allegorie della riunificazione. Dopo venticinque anni gli Ossi e i Wessi, berlinesi dell’est e dell’ovest, sono ormai cane e gatto. Inutile sistemarsi i vestiti e inamidarsi il colletto: il sarto rammenda gli strappi della stoffa, non le cicatrici della memoria. E la memoria della città resta divisa: non solo fra libertà e tirannia, ma fra lusso e parsimonia, concorrenza e solidarietà, fra i grattacieli di Potsdam e la televisione di Alexander Platz, fra auto di tutti i tipi e Trabant per tutti.
Oltretutto all’epoca Kreuzberg è un quartiere di confine, un territorio in cui la contesa fra i fronti provoca delle smagliature: le no man’s land – graziosa la Baumhaus an der Mauer costruita da una famiglia turca direttamente a ridosso del muro. Posizione particolare e alto numero d’immigrati creano qui col tempo un modello di vita multiculturale che non vuole saperne del simbolo romantico della riunificazione con l’altra metà. E così, sospeso fra i palazzi, armato di tinte e pali telescopici, Blu inizia a dare forma a questo rifiuto. Le sue figure, bianche come in Kandinskij, affrescano il cemento. Un bel cielo azzurro le incornicia.
Approvata la costruzione di suntuosi loft turistici, eccovi il nero. Eutanasia del colore e della luce. Oscurità. Your city – il messaggio lasciato in alto a destra.

Elena Corsi
18/02/2015

Immagine: Blu di cielo, Vasily Kandisky, 1940.

 

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