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La meraviglia mette in moto la filosofia. Altrimenti come facciamo a porci delle domande? Se niente di nuovo scorre sotto il sole, non importa preoccuparsi per ciò che ci circonda.
A Berlino Frank confessa che ha vissuto tutta la vita “sotto i tigli” (Unter den Linden) senza controllare mai se qualcosa costeggiasse la strada. Gli alberi c’erano, anzi avevano contribuito a rendere il viale rinomato in tutto il mondo. Ma l’occhio del pendolare, che ogni mattina presto percorre tre o quattrocento metri fino all’autobus, sa distinguere a malapena il palo numerato della fermata da quello ancora luminoso del lampione.
D’altronde la routine quotidiana è una specie di giogo. Per sentirci sicuri abbiamo bisogno di punti fermi, ma il continuo ripetersi delle stesse azioni ci rende simili alle macchine. Ed è così che spesso il senso di sicurezza si paga con l’atrofizzazione della capacità di rinnovarsi e stupirsi. Adorno l’aveva chiamata coazione a ripetere: chi non l’ha mai provata, scagli pure la pietra contro il pendolare di Unter den Linden.
Ma a pensarci bene il problema non è tanto il giogo, quanto chi tira la bestia. L’auriga è un despota: traina il carro dell’anima con una mano saldamente ancorata alla fune e l’altra al bastone – o alla carota. Difatti Nietzsche non ebbe torto quando impazzì davanti al cavallo di Torino, frustato furiosamente dal suo cocchiere. Forse negli occhi bardati dell’animale riconobbe il poveruomo che per la strada tira dritto senza curarsi di niente se non della propria fretta. Forse capì che persino gli animali da soma bramano sottrarsi all’eterno ritorno dell’uguale, magari tentando una deviazione del percorso.
Basta un mese ad abituarsi a un luogo. È un processo inevitabile. Col tempo qualunque posto smette di sprigionare la forza misteriosa con cui avanza, ondeggiante e profumata, una dama al primo appuntamento. Ma non è colpa sua. È il nuovo arrivato a mettere indosso i panni dell’abitante: ogni giorno si alza, percorre un certo tratto di strada, arriva a destinazione, fa il suo ingresso in un edificio e siede qualche ora davanti a una scrivania. Poi controlla l’orologio, fin quando alle cinque in punto non riprende il percorso inverso. Una volta rientrato a casa prepara la cena, sbadiglia copiosamente su un film, s’infila piano sotto le coperte e attende privo di sensi la sveglia dell’indomani – il calcio d’inizio di un medesimo e ben collaudato schema di gioco.
A metà degli anni Cinquanta, in piena crisi scrittoria, Elias Canetti si trasferì a Marrakech, lontano dai suoni familiari della propria lingua, in una località esotica e ignota, sperando così di riconquistare la perduta meraviglia per il miracolo della vita. Il suo viaggio fu un inno all’infanzia. Canetti voleva riconquistare il primordiale bisogno di concretezza con cui i bambini perlustrano trepidanti il mondo. Ancora tutto da scoprire, il loro ambiente trabocca d’impressioni, e i sensi, appena sbocciati, ne sono inondati fino all’incontenibile o all’inconsolabile.
Nel frattempo c’è chi si dichiara pronto a scommettere sia il lavoro archivistico a indebolirci la vista e intorpidirci i sensi. Eccolo lì, lo spiritosone! Che per giunta ci controlla le cataratte, giurando su Wikipedia come possano “comparire anche a trent’anni”. Di fronte a simili diagnosi, si replichi con fermezza che allora i collaboratori dell’Archivio Benjamin-Adorno conoscono il segreto di Dorian Gray, perché dimostrano tutti dieci anni meno rispetto all’età anagrafica, e sono in grado di riconoscere la farcitura di un dolcetto a oltre cinquanta passi di distanza. Altro che invecchiamento precoce! A guardarli si direbbe che la lettura, se praticata assiduamente, faccia fare retromarcia al corso dell’esistenza.
Eppure finora la ricerca dei loro ritratti magici, forse nascosti fra le gigantografie di Adorno e Benjamin disseminate nell’edificio, è stata piuttosto infruttuosa. Poco male. Perché non è l’infanzia biologica la chiave della meraviglia cui aspirano i filosofi – o gli apprendisti tali. Siamo seri: nessuno di noi rimpiange la pipì nelle mutande. Già Erasmo preferiva la follia alla consapevolezza della propria dipendenza. Helfen heißt herrschen. Aiutare è dominare, dicono i tedeschi. Il bisogno ci espone all’arbitrio altrui. E fa sperimentare sulla propria pelle due terribili costanti della condizione umana: la vulnerabilità e la mortalità.
“Le merendine di quand’ero bambino non torneranno più!”. Nanni Moretti rappresentò l’infanzia con disarmante semplicità e chiarezza, senza troppi giri di parole, liberando un grido sepolto nel petto di gran parte degli spettatori. Certo, qualcuno in fondo alla sala del cinema avrà sussurrato “bamboccioni”, prendendo subito le distanze dal desiderio puerile di farsi coccolare dalla mamma. Ma il fondamento di questa nostalgia universale non sta nelle merendine o nella statura minuta, pronta a saltare fra le braccia dell’adulto. L’infanzia è una metafora: racchiude la possibilità di un nuovo inizio e, con esso, il ridestarsi della meraviglia per il mondo che ci circonda.
Qui in Germania circola una bella favola sulla fanciullezza. Si tratta di una vicenda avvolta nel mistero e raccontata in milioni di modi. È la storia di Kasper Hauser, trovato a sedici anni mentre vagava a Norimberga, cresciuto in una gabbia a pane e acqua, raccolto, accudito e allevato come fosse venuto al mondo quel 26 maggio del 1828. L’innocenza di Kasper, che anche nell’aspetto pareva un angelo disceso dal cielo, il mistero delle sue origini, e per finire le sue straordinarie capacità d’apprendimento: tutto ciò contribuì ad attirare su di lui curiosità e stupore. Tutti accorrevano, volevano visitarlo, parlargli, insegnarli qualcosa. Presto si levarono delle voci: Kasper era il legittimo principe ereditario del Baden. E la Germania diede vita al sogno di un inizio meraviglioso non solo per la filosofia, ma per la politica. Kasper divenne un mito europeo: das Kind von Europa.

Elena Corsi
10/02/2015

Immagine: William Adolphe Bouguereau, Idilli d'infanzia, 1900.

 

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