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Finalmente in archivio. Sapete che cimentarsi con le acrobazie intellettuali di Adorno provoca mal di testa, nausea e capogiro? Che prolungare la sua lettura significa buscarsi una labirintite cronica? Che si rischia di smarrire equilibrio e senso dell’orientamento? Inutile maledire ex post la scarsa preparazione con cui ci siamo messi al lavoro. Succede persino nello sport: imitare esercizi complessi senza un’adeguata forma fisica è roba da megalomani, e se ne paga le conseguenze con lesioni d’ogni tipo, grado o intensità. Per chi è in questa situazione visitare l’archivio significa andare in sanatorio: il malcapitato spera di guarire da pensieri vuoti che girano senza posa su se stessi grazie a dosi massicce e regolari di tangibile realtà. Benedetto sia lo stipendio per la cura! C’è mancato poco d’impazzire…
Poi c’è una punta di fanatismo. Scuriosare fra cose appartenute a Lui, che conosciamo solo mediante segni convenzionali, stampati nero su bianco in milioni di copie vendute a centinaia, forse migliaia di lettori. Sì, bisogna confessarlo: il dottorando – un mutante, né carne né pesce, a metà strada fra il ricercatore, lo studente e quella caricatura d’uomo che in Germania si chiama Fachidiot, cioè “persona affetta da idiotismo specialistico” – è un idolatra. Somiglia a un’adolescente col cantante del cuore: concentra tutto se stesso su un modello che difende con unghie e denti da critiche, deformazioni e presunte appropriazioni indebite.
Dulcis in fundo il masochismo. Perché quando il dottorando soffre d’esaltazione mistica, ma l’oggetto amato si chiama Theodor W. Adorno, qualcosa è andato storto. Un filosofo che ha speso l’intera vita a elaborare un pensiero e una pedagogia in grado di opporsi alla tendenza individuale a diventare seguaci di Tizio o Caio si rammaricherebbe a vedere un fanatico rovistare fra le sue carte. Perciò il dottorando “adorniano” sente sempre schioccare la frusta quando le mani che tende al faldone d’incartamenti sono madide di sudore. Chi ha letto La personalità autoritaria non è autorizzato a comportarsi come un devoto con le reliquie dei santi.
Adorno ha un lascito corposo ed eterogeneo, che va dal diario scolastico al passaporto, dalle cartoline alle lettere, dai manoscritti alle foto, ai libri, gli appunti e gli oggetti posseduti, fino al famoso pianoforte a coda che, sopravvissuto alle dita svolazzanti sui suoi tasti, se ne sta ora chiuso e ammutolito in un’aria di triste e compassato riserbo, in compagnia del buon vecchio scrittoio, circondato da scaffali, ad accogliere visitatori come fossero parenti del defunto.
Questo a Francoforte.
Il monomaniaco adorniano si trova invece a oltre cinquecento chilometri dall’archivio centrale, nella depéndance allestita per il pubblico, senza strumenti a lutto a fare gli onori di casa, ma solo un semplice portiere, e dove la ricerca dei resti del venerato maestro capitola davanti al fatto che A BERLINO CI SONO SOLO COPIE. Inconcepibile! Immaginate come sarà romantico soppiantare baule e solaio della nonnina con decine di hard-disk esterni del valore di qualche centinaio di gigabyte. Fatto? Bene: immaginate allora com’è romantico cercare i documenti di Adorno fra le cartelle di Windows XP – anche se questo genere di antiquariato può benissimo commuovere un dottorando d’informatica.
A Berlino insieme alla polvere, scompare ogni magia. L’archivio, sorta di tempio profano, mausoleo della cultura, monumento al documento, ha una sua aura non diversamente dalle opere d’arte: contiene pezzi unici, magari incartapecoriti, ma sempre autentici. Ironia della storia, le riproduzioni del lascito-Adorno sono frammiste a quelle di Benjamin, noto autore del saggio intitolato L’Archivio… Pardon! L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
A proposito di fanatici: nel 1940 la Gestapo irrompe nel suo appartamento parigino, sequestrando di tutto – il “malloppo” (Beute) spremuto impallidisce rispetto a sette anni fa, con la meticolosa perquisizione dell’Istituto per la Ricerca Sociale; d’altronde Benjamin non alloggia argenteria “sovversiva” (zersetzend). Accomodatevi oggi! Il lascito-Benjamin è trasferibile e moltiplicabile con l’indice di una mano destra. Magia rinnovata dalla tecnologia: non appena entrano i cattivi, una risata beffarda riecheggia, mentre milioni di copie vorticano attorno alla punta di fucili e stilografiche pronte all’inventario.
In realtà ci aveva già pensato Benjamin a moltiplicarsi, archiviando e disseminando le sue carte in modo da sottrarle a quegli eleganti signori che anche a Parigi amavano indossare le divise nere o le camicie brune allora tanto in voga. Volgendo in tragedia l’idea di costellazione, Benjamin smembrò il corpus delle sue opere in tanti pezzi quanti erano gli amici più fidati, mettendolo in salvo da censura e polizia politica: questo corpo (spirituale) è infatti sopravvissuto dopo essere stato ricostruito come la figura di un maestoso e intricato mosaico da studiosi e archivisti. Purtroppo ciò non risparmiò al corpo fisico di rimanere per sempre bloccato alla frontiera di Port Bou. Fin qui Benjamin aveva portato i lavori cui teneva di più: sentendosi braccato, diede disposizione affinché raggiungessero Adorno e gli Stati Uniti. Infine, da moderno Socrate, ingurgitò la cicuta sotto forma di capsule di morfina.
Ricapitoliamo. I lasciti di Adorno e Benjamin sono fusi assieme e si trovano a Berlino sotto forma di riproduzioni anastatiche in corso di digitalizzazione – si prega gli amanti dell’originale ad affrettarsi a consultare gli ultimi esemplari autentici ancora a disposizione. Per essere più precisi, a Berlino l’Accademia delle Arti affitta i locali alla Fondazione Promotrice delle Scienze e della Cultura di Amburgo, creata dalla vedova Karplus-Adorno, erede testamentaria di due fondi, originariamente destinati al rinato Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte. Questi dal 2004, per mancanza di spazio, fa trasportare dal Meno alla Sprea pile di fotocopie ordinate in raccoglitori, e computer con cataloghi e database audio-testo, impreziosendo il corredo con miti e cordiali impiegati della Fondazione – fra cui spiccano due indefessi studiosi di Adorno e Benjamin dallo stesso cognome: Michael e Gudrun Schwarz.
Nell’Accademia delle Arti di Berlino – prima Accademia Prussiana delle Arti – il fondo francofortese è riunito ad altri due nuclei del lascito di Benjamin: si tratta della parte nascosta da George Bataille nella Biblioteca Nazionale di Parigi e di quella sequestrata dalla Gestapo, poi finita a Mosca e infine tornata a Berlino. Proprio così: perché nel 1947 l’Armata Rossa confisca i materiali finiti nelle mani della Geheime Staatspolizei e li deposita nel proprio Sonderarchiv, adibito per i criminali di guerra, fin quando nel 1957, nel rispetto del patrimonio nazionale, i russi iniziano a restituire il maltolto alla DDR, inviandolo all’Archivio Centrale Tedesco di Potsdam – decidendo comunque di tenersi qualcosa per ricordo, con scorno dei colleghi tedeschi, che in cambio ricevono solo qualche pacco di fotocopie.
Nel 1972 mancano comunque solo pochi chilometri affinché il lascito parigino-moscovita di Benjamin approdi al numero 60 della Luisenstraße, fino al secondo piano di un’anonima succursale dell’Akademie der Künste (sede principale: la centralissima Pariser Platz). Tuttavia la coppia di filosofi impiega ancora un po’ a riunirsi. Aspetta prima il 1996, quando l’Archivio-Adorno di Amburgo-Francoforte acquista il fondo-Benjamin dall’Accademia, poi il fatidico 2004, quando ricambia la proprietà dei fondi con l’affitto dei locali, e la carovana di Adorno fa così il suo ingresso a Berlino, portandosi dietro l’ultimo prezioso pezzo dell’eredità benjaminiana. Ed è così che per finire, anche in questa storia la burocrazia ha rallentato le più audaci dichiarazioni, ma non ha trionfato sull’amore eterno. Chissà poi se è proprio il matrimonio a causare omonimia in due dei custodi del Benjamin-Adorno Archiv

Elena Corsi
04/02/2015

Immagine: Thoughtful Reader, Franz Dvorak, 1906.

 

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