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Siamo sul traballante palcoscenico della Repubblica di Weimar. Dopo dieci anni di compromessi volti a proteggere la neonata repubblica dagli estremismi ideologici e a risanare un’economia distrutta – sia dai costi della guerra, sia dalle clausole del Trattato di Versailles –, sulla fragile democrazia tedesca si abbatte il peso di una disoccupazione crescente (due milioni e mezzo di disoccupati, ancor prima della Grande Crisi) e la fragilità politica dell’ultimo governo di Große Koalition, guidato dal socialdemocratico Hermann Müller. Il 1° maggio del 1929 gruppi armati operai insorgono nei quartieri berlinesi di Scheunen, Neukölln e Wedding, provocando la reazione immediata di polizia ed esercito. L’evento passa alla storia come “primo maggio di sangue”, Blutmai (all’epoca noto come “tumulti di maggio”, Mai-Unruhe).
Quando il 20 gennaio 2015 la dottoranda mette piede a Wedding per impossessarsi della propria stanza, dello spettro del comunismo non c’è traccia. Una memoria inscritta solo nella sua testa e fra pagine lette chissà quando – forse per un esame di storia contemporanea? La vita riprende sempre a scorrere e sulle tombe spuntano erba e fiori. Oggi Wedding è un quartiere come mille altri: con il vantaggio di essere meno caro, vicino al centro e ben collegato al resto del tessuto urbano. Senza capire se è un gusto intellettuale di verifica del proprio sapere o un atto di compassione per le vittime obliate dalla storia, i seicento metri fra la linea U6 e il numero 26 della Sparrstraße sono percorsi alla spasmodica ricerca di una testimonianza del passato. Eccola! Una sede dell’SPD e un Jobcenter che si sbadigliano in faccia da un lato all’altro della Müllerstraße…
Poco dopo pensieri confusi e cupi iniziano a ronzare in una testolina prevalentemente impegnata a mantenere l’equilibrio fra massa del corpo e mole dello zaino salendo le scale – secondariamente a maledire la ferrea salute teutonica che sembra estranea al bisogno d’installare ascensori per raggiungere il quarto piano di un edificio. Che intendeva dire Hegel con la frase sulla storia come un banco da macellaio?
Nella prima metà del XIX secolo, nei pressi di Madrid, c’è una casa che sarà presto conosciuta come Quinta del Sordo. Questo perché dopo il suo acquisto il nuovo proprietario, Francisco Jose de Goya y Lucientes, artista di corte simpatizzante dei Lumi, vi realizza il ciclo delle Pitture Nere, fra cui compare, primeggiando per dimensioni e raccapriccio, l’immagine intitolata Saturno che divora i suoi figli. In essa un mostruoso Crono, nome greco del dio, giganteggia sulla scena: gli occhi fissi sbarrati in avanti – per fame, disperazione o entrambe le cose – sfuggono l’osservatore. La bocca è spalancata, le mani, possenti e nodose, attanagliate su un corpo mutilato: sono i resti inanimati di un uomo, che Goya pone al centro della scena, in balia dell’enorme legnosità corporea di un dio che sembra entrare a fatica nel riquadro nero della rappresentazione, e che pare raffigurabile solo così inginocchiato e incurvato sull’osceno pasto – altrimenti chi guarda vedrebbe al massimo un’anca o un piede.
Molto più tardi, nel 1921, Walter Benjamin acquista uno strano acquerello: “un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese. L’angelo della storia deve avere quest’aspetto”.
Il vettore della natura e quello della storia hanno la stessa direzione: puntano avanti. Il loro minimo comun denominatore è l’inesorabile scorrere del tempo. Il passato non torna e il presente passa, e solo il protagonista di un film di fantascienza rimedia a un appuntamento mancato regolando le lancette dell’orologio. Ma Saturno e Angelus non sono la stessa persona. È vero che entrambi spalancano la bocca e sbarrano gli occhi, ma mentre il primo è un mostro costretto a divorare le proprie vittime, il secondo è una creatura celeste che urla d’impotenza di fronte allo scempio. Tempo naturale e tempo storico hanno quindi una differenza fondamentale: la coscienza dell’ingiustizia.
“Attimo fermati, sei così bello!” Faust giura a Mefistofele di consegnargli l’anima qualora pronunci queste parole. Sa che fermare il tempo significa condannarsi a morte: l’attimo eterno può essere solo l’ultimo atto. Quando nelle Lezioni sulla filosofia della storia evoca l’immagine del mattatoio anche Hegel sa che è impossibile fare un fermo-immagine della sequenza storica – irrilevante se il film piace o meno. Quello che lo interessa però è cosa pensa chi vede la pellicola. Con aria forse un po’ professorale, bacchetta alla mano, Hegel esorta lo spettatore a prestare attenzione, lo interroga sulle singole scene, lo esorta a dare il suo giudizio, lo sprona a fare uno sforzo di memoria nel caso si tratti di un lungometraggio di molte ore. Chiamiamola pure astuzia della ragione, ma potrebbe benissimo chiamarsi presa di coscienza.
Ogni 15 gennaio un corteo variegato e silenzioso sfila fino al luogo di sepoltura di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht per ricoprirlo con una montagna di garofani rossi. Rossi come il sangue di quel lontano primo maggio. Rossi come l’inno Roter Wedding intonato dal locale battaglione paramilitare del Partito comunista tedesco di allora (Rotfrontkämpferbund, RFB: “Lega dei soldati rossi di prima linea”). E infine rossi di vergogna. Che sia per il socialismo reale o per quello craxiano lo spettro marxista è ormai sensibile al dileggio pubblico. È uno spauracchio inefficace, ridotto al pari del fantasma di Canterville, sopravvissuto al massimo in qualche discorso retorico volto a procacciare i voti di una classe media disorientata. Oltretutto attualmente è surclassato dalla concorrenza. Perché la spada spettrale dell’Islam è una presenza più forte, antica ed evocativa – e come il comunismo di un tempo, non cura neanche di rasarsi la barba.

Elena Corsi
27/01/2015

Immagine: Faust e Margherita in giardino, James Tissot, 1861.

 

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