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Elena Corsi nasce a Livorno nel 1984. È iscritta al corso di dottorato in Filosofia dell’Università di Urbino, con un progetto su Adorno e la Scuola di Francoforte.  Attualmente si trova a Berlino presso il "Theodor W. Adorno Archiv" per approfondire la fase degli studi universitari del filosofo tedesco, svolti in parallelo a quelli musicali, sotto la guida del neokantiano Hans Cornelius e dell’allora suo assistente Max Horkheimer. L’idea di proporre un diario berlinese nasce dalla volontà di raccontare Berlino con gli occhi "filosofici" di chi vi è ospite per qualche tempo, cercando di afferrare gli stimoli che una città così ricca di sfumature può offrire e restituire eventi e impressioni vissuti in prima persona, nell’intento di stimolare riflessioni.

Cielo. Zoo. Muro. Asse. Koffer («ho lasciato là una valigia», come cantava esule dagli Stati Uniti, con un pizzico di nostalgia, Marlene Dietrich). Tutto questo ruota attorno a Berlino. Ci vuole sempre una costellazione di parole per cogliere la specificità di un pezzetto, soprattutto se importante, di realtà. Lo sapeva bene Theodor W. Adorno, ma anche il suo amico Walter Benjamin, che quando scrisse la memorabile Infanzia berlinese, con la meticolosità di un collezionista, mise nero su bianco una serie di affreschi, o meglio di cartoline illustrate, costruendo l’immagine della città tramite ritagli della memoria e oggetti ritrovati, seguendo un andamento tutt’altro che lineare, ma saldamente centrato sulla riflessione personale.
Ma queste sono osservazioni, affinate col tempo, eseguite dallo sguardo penetrante dei grandi filosofi. E quelle dei semplici studenti? O di una dottoranda italiana di filosofia?
Chiunque si trasferisca per un certo periodo in un paese straniero parte leggero e pesante, con il passo affrettato dell’esploratore ma il cuore rigonfio di una certa, precoce, malinconia. Quando poi a viaggiare è una dottoranda senza borsa, vincitrice del suo primo e sudato stipendio di ricerca, e per di più la meta è un posto che custodisce le speranze giovanili di mezza Europa, la porta d’ingresso dell’aereo non è un varco, ma una soglia oltre la quale slanciarsi come verso un futuro radioso – un’operazione sconsigliata durante il volo, doppiamente se low cost.
Sulla rampa dell’aeroplano, i passeggeri sfilano sotto un sole cocente, insolito anche per Pisa, che d’inverno è una città piuttosto umida e grigia. Qui due ragazzi rivolgono le guance al cielo. Hanno l’espressione tipica di chi d’estate fa sul serio con la tintarella, con gli occhi ridotti a una fessura e l’arco della bocca pietrificato in un sorriso un po’ ebete. Al prossimo scalino, la forza dei raggi è già smorzata dalla tettoia della rampa, ma loro non sembrano accorgersene, e salgono a occhi chiusi. Poi si scambiano due parole: “Dé, mi sa che questo è l’ultimo sole che si vede…”. Non ci sono dubbi. Si tratta di due livornesi, cioè gente di mare abituata a girare per metà dell’anno in costume e ciabatte. Che ci fanno su un volo per Berlino? Magari sono in vacanza. Eppure la battuta era accompagnata a facce tese in una smorfia di eccitazione mista a spavento, che poco si addice ai possessori di un biglietto di andata e ritorno. Forse bisogna avvertirli che di fianco c’era un imbarco per i Caraibi, che forse sono ancora in tempo per… Ma quando l’hostess controlla le carte, scompaiono nell’atrio del portellone d’ingresso.
Il gesto del salutare il sole dicendogli arrivederci, anziché buongiorno, fa riflettere. Chi parte verso un futuro radioso ha forse paura del buio? D’inverno a Berlino possono esserci anche quindici gradi sotto zero, e il famoso cielo del film di Wenders è sempre coperto da una coltre compatta di nuvole. Quella che alcuni amano definire la capitale d’Europa, sia per la posizione importante che la Germania assume oggi, sia per la sua storia recente, che l’ha vista divisa fra i due blocchi concorrenti per l’egemonia mondiale (il nove novembre ricorreva il venticinquesimo anniversario della caduta del muro), è un luogo il cui nome associa rigore prussiano, gelo baltico e decadenza metropolitana, tutte qualità molto diverse dal sogno californiano, quintessenza di quello americano, fatto di verdi dollaroni, bionde formose e autostrade e lungomari a perdita d’occhio. Ma forse è proprio questo elemento perturbante l’origine del fascino di questa città. Un gusto tutto europeo per luoghi meno patinati rispetto agli skyline newyorkesi rigorosamente fotografati al tramonto, rassicura il viaggiatore che il suo atterraggio sarà autentico, perché la città dove sta andando scopre subito le sue carte peggiori e, presentandosi nei suoi aspetti meno turistici, sembra estranea al bluff.
A ingannarsi ci pensa il viaggiatore. Mentre trascina la sua valigia, indossa degli spessi occhiali, con cui spera di migliorare la messa a fuoco, ma che hanno una foggia ingombrante e una vistosa colorazione. Quando si parte per un posto che non si conosce è inevitabile portarsi dietro tutta una gamma di schemi e categorie preconcette, non tanto avulse dalla realtà, quanto piuttosto provenienti da esperienze precedenti - con buona pace di Kant, che a leggere queste righe balzerebbe sulla sedia esclamando che le categorie con cui guardiamo e conosciamo il mondo (i giudizi sintetici a priori) iniziano ma non derivano dall’esperienza. Ovvero che non abbiamo mai acquistato gli occhiali, ritrovandoceli semplicemente sul naso - ma anche che funzionano solo a occhi aperti!
Senza difendere un empirismo radicale, e dover sbirciare ogni volta dalla finestra prima di affermare che sorge il sole - come grossomodo suggerirebbe di fare Hume -, non si può negare che l’esperienza sia l’elemento basilare della cognizione. Però ci sono alcune esperienze che, per dirla in modo paradossale, precedono l’esperienza. Il nostro vissuto, che ci accompagna nel presente e prefigura ciò che accadrà, è uno strano composto fatto di ricordi, sentito dire, esperienze altrui, prodotti artistici o commerciali, nozioni imparate a scuola e così via. L’interiorità è un agone in cui si agitano molti spiriti che aspirano a comparire sul palcoscenico della nostra coscienza, impadronendosi della scena.
E in un certo senso anche della nostra percezione. Chiediamoci per esempio da dove vengono le parole: cielo, Zoo, muro, Asse, Koffer. Da un film (Il cielo sopra Berlino), da un romanzo (I ragazzi dello Zoo di Berlino), da un evento storico emblematico (il muro di Berlino), dalla tragedia europea (l’Asse Roma-Berlino), dal testo di una canzone (“Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin”). Nessuna di queste parole si collega solo alla città. Si tratta di ricorrenze, di contesti dove il suo nome gioca a volte anche un ruolo secondario, e che tuttavia, una volta finite in una coscienza, si richiamano l’una con l’altra andando a comporre l’immagine della Berlino che tutti conoscono. O almeno così credono.

Elena Corsi
13/01/2015

Immagine: Fotogramma tratto da Il Cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987).

 

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