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È una professione la filosofia? Può non esserlo e per moltissime persone che hanno a che fare con la filosofia non lo è. Ma per molti è una professione, anzi è il taglio specifico di una professione che di per sé è indipendente dalla filosofia e può essere esercitata con tagli diversi: quelle del professore, del giornalista, dello scrittore, del ricercatore, dello scienziato, sono professioni indipendenti da che cosa si insegna, si scrive, si ricerca. In un consiglio di classe a scuola si è tutti professori, ma di discipline diverse, anche molto diverse, dalla matematica all’italiano, dalla storia alle scienze, e così via. Lo stesso vale per tutti gli altri settori. C’è qualcosa che si sa, c’è qualcosa che non si sa e bisognerebbe saperne di più e allora si fa ricerca, c’è una esigenza sociale che chiede risposta, si paga qualcuno per darla.
Mercato, in altri termini. La filosofia sta nel mercato? Come la fisica, la letteratura, l’arte e tutto il resto. È sempre stato così? Non vedo eccezioni. Gli schiavi delle loro terre o gli sponsor macedoni hanno pagato la grande filosofia del IV secolo a.C., i contadini delle sue proprietà in Francia quella di Cartesio che viveva, unico tra tanti senza lavorare, ad Amsterdam. Ad altri è andata benissimo come professori universitari, e a pagare era lo Stato, o come scrittori (e a pagare erano le case editrici), ad altri è andata peggio perché a pagare non c’era nessuno o quasi, e questo è stato un problema per la loro filosofia, un grosso problema.
Qualcuno è vissuto intagliando lenti o non si sa bene di che, come Socrate. Ma non vedo nessuno che sia o sia stato fuori dal mercato. Ovvio, del resto. Chi, in qualsiasi campo, è fuori dal mercato?
Mi si obietterà che il dispositivo di potere che consente a un professore di diventare titolare di una cattedra universitaria è del tutto diverso dal dispositivo di potere che porta uno scrittore a guadagnare dai suoi scritti. E chiamare mercato questi dispositivi di potere è fuorviante, perché unifica cose diverse.
A questa obiezione, che più volte mi è stata rivolta, devo evidentemente una risposta. Chiedo: si può vivere al di fuori di un dispositivo di potere? Non ho esempi al riguardo. Anche i miei amici e colleghi che rifiutano la logica del denaro cercano lettori, ascoltatori, contano i “mi piace”. Io chiamo mercato l’insieme dei dispositivi di potere, ma se si vuole cambiar parola non ho obiezioni. A volte le cose cambiano a nominarle in modo diverso, è vero, ma in questo caso la nozione di cui parlo mi sembra chiara.
Questa è una premessa. Lo sviluppo del tema è brevissimo e brevissima sarà la conclusione, perché scrivo per Internet e cerco (e conterò, o qualcuno conterà per me, i “mi piace”) lettori frettolosi, come spesso si è su Internet, che si fermino per il minimo del tempo necessario.
Il tema è una domanda, sulla base della premessa: nella giornata mondiale della filosofia, quali file dispositivo di potere mi auguro che diventi lo standard dei filosofi di oggi e di domani? Lo sviluppo del tema mi costringe a prender posizione argomentando: a me pare che la filosofia abbia dato ottimi risultati con tutti i dispositivi di potere (gli schiavi con Platone, un potere politico con Aristotele e Hegel, i sistemi di selezione universitari con Husserl o Heidegger e tantissimi altri, e così via), ma che oggi sia necessario un legame più stretto con i problemi vivi della società e della ricerca. Se si fa ricerca ponendo da sé le proprie domande, si può fare filosofia ad altissimi livelli, ma a me pare che oggi manchi chi fa filosofia non ponendo da sé le domande, ma prendendole dalla società e dalla ricerca e riformulandole (la filosofia è porre bene le domande, quindi vanno riformulate, se non sono poste bene).
Lo hanno fatto i grandi del Seicento, con un rapporto strettissimo col mondo del lavoro, della ricerca, delle professioni. Prima che scienza e filosofia si separassero.
Dopo lo sviluppo del tema serve una brevissima conclusione. Eccola: sapendo di esprimere solo una posizione molto soggettiva e di minoranza, auspico nella odierna giornata della filosofia che i filosofi scelgano, accanto ad altre strade, anche quello di un legame strettissimo con i problemi sociali, politici, scientifici, economici. Nulla di nuovo: esattamente come è accaduto nel Seicento.
Ecco, questa è la conclusione, e sta dentro precisi dispositivi di potere. In un universo fatto di forze, di energia, è opportuno dichiararli, perché non possono mancare. Se non si è d’accordo, chiedo un esempio in contrario. Io non l’ho trovato.

Mario Trombino
17/11/2016

Immagine: The Nantucket School of Philosophy, Eastman Johnson, 1887.

 

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