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Raccontaci un po’ di te.
Da adolescente mi piaceva credermi discendente di Alessandro Magno, questo perché gli antenati di mio padre provengono dalle zone dell’antica Macedonia. Così, non potendo conquistare il mondo con le mani, mi impegnai a raccoglierlo nei pensieri, attività senza fine e piuttosto frustrante.  
Mia madre, belga, mi trasmise invece l’amore per l’arte e il gioco; lei, ribelle cresciuta in un mondo asfittico col solo pensiero della fuga e come unico conforto i colori di una tavolozza e la trasgressione di polpastrelli sincopati su un pianoforte.
Ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza in provincia, a Cremona, città in cui nacqui per caso. Dopo il liceo mi trasferii a Bologna per studiare Filosofia. Presi la laurea triennale e poi la magistrale, trascorrendo lunghi periodi in Spagna, a Barcellona e a Madrid, città che contribuirono profondamente alla mia formazione. Vivo e lavoro a Roma, e ne sono felice, perché quando voglio posso andare a prendermi un cappuccino in Piazza Farnese e passare le domeniche mattine tra i libri di Porta Portese.
Scrivo – anzi trascrivo – me stesso. In musica, in filosofia, nell’arte della finzione. Non è un fine, bensì il mezzo con cui ricerco la mia ragion d’essere. Compiere me stesso, o divenire quello che sono, per citare un filosofo che conoscono tutti. 

Come vivi, da trentenne, la crisi di questo secolo (lavorativa, culturale, sociale, politica)?
Male. Non c’è posto per me, lo avverto distintamente. Sono un essere superfluo perfino nell’inutilità di cui è costituita gran parte della nostra vita. Di velleità artistiche il mondo ne è sazio, anzi penso ne abbia il vomito. Eppure non posso essere altro.
La crisi è ovviamente culturale. Il lavoro manca, la politica è infingarda, la società grassa, perché vige la cultura del mercato, del sensazionale, dell’effimero. Quanti libri sono stati scritti su questo, non sono certo capace di spiegarlo. Perché il punto è: ma come siamo arrivati a questo? Si stava meglio prima? Probabilmente no. Se c’è una cosa che l’uomo sa far molto bene, oltre il male, è idealizzare. Di sicuro posso dirvi come vorrei che fosse il mio mondo, quello sì – ma ci troveremmo ancora nell’ideale.
Ognuno deve trovare il proprio modo di affrontare e superare la crisi che è insita nel suo essere uomo o donna. Una volta capito il nostro limite possiamo far risorgere – o forse meglio far nascere – una società di uomini consci, perché solo nella consapevolezza può esserci amore e responsabilità. 

Per Diogene Multimedia hai appena pubblicato Non voglio morire. Miguel de Unamuno e l’immortali. Unamuno fu pensatore tormentato dall’insanabile dualità tra sentimento e ragione, in che modo guardò alla vita e alla morte? E, nello specifico, in che termini non si rassegnò alla caducità dell’esistenza?
Unamuno è un personaggio speciale, la sua ribellione all’insensatezza della morte è una poesia commovente. Un inno alla vita come il suo non esiste altrove. Quello che lo distingue da tutti, e che lo accomuna invece a figure come Cristo e Don Chisciotte, è il coraggio del ridicolo. Non ha paura di gridare contro gli schemi impostigli dalla società e nemmeno contro la natura madre e assassina, anche a costo di essere deriso da un universo che ha altro per la testa. Noi non sappiamo proprio niente di quest’esistenza, mentre troppo spesso ci arroghiamo il diritto di decidere anche per gli altri cosa sia giusto o sbagliato in base a nostre arbitrarie convinzioni. Unamuno lo sa e non si dà pace: ma chi si credono di essere questi uomini despoti dal fiato corto? Che ne sapete voi della mia anima, quando non conoscete nemmeno la vostra.
Ma soprattutto perché dobbiamo morire? Ma allora perché siamo nati? Unamuno non vuol morire; ma che senso ha tutto questo se poi sarà spazzato via da uno sternuto divino o dal gelo dell’inverno? Vivere con questa lotta nella testa è vivere il doppio, con l’intensità del mistico che però conosce bene come sono fatti i suoi piedi. 

Guardando il tuo percorso emerge una particolare vicinanza al pensiero esistenzialista. Partendo da questo, quale ritieni che sia la condizione dell’essere umano su questa terra? Quali le possibilità – se esistono – di vivere, se non felicemente, quantomeno senza troppi tormenti? E a quali filosofi (o scrittori) possiamo attingere ancora oggi per riflettere su questi temi?
L’uomo è un saltimbanco con un pessimo equilibrio. È sempre in affanno per cose che razionalmente sa benissimo essere inutili. E trascura invece, questa volta per un senso del dovere (errato, perché pur sempre arbitrario) incancrenito, l’inutilità gioiosa che può redimerlo per il tempo di un bagliore dall’orrore in cui è immerso. Lui stesso è un orrore, sia chiaro. La bellezza che sta nel fondo delle cose può purificarlo, può perlomeno dargli il coraggio di essere un’opera d’arte.
Leggete le poesie di Enzensberger, troverete tutto quello che vi serve. E cosa serve? L’ironia, il gioco, il piacere del conoscere, scoprire le pieghe nascoste del tempo. E poi l’amore, la passione, la complicità. Cosa serve di più? Però bisogna viverle! Non pensarle. La poesia in questo può aiutarci molto più della filosofia. Uno sguardo tinto di poesia è possibile, ed è vero, vivo nella carne del momento.
Sartre dice che siamo noi, scelta dopo scelta – non scegliere non è possibile perché è anch’essa una scelta –, a costruirci, a volerci come siamo. Non può che essere così, siamo noi che decidiamo chi essere nell’incontro-scontro con l’esterno, tutto quello che non siamo noi. Giorno dopo giorno formiamo il nostro essere nel modo in cui affrontiamo le sfide che ci si presentano davanti. È una lotta, perché solo lottando ci si può avvicinare all’ideale che ognuno ha di sé. Bisogna lottare per vivere, per poter vivere. Ma come dice Camus: “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”, ed è questo che significa vivere: avere il cuore pieno. Anche Unamuno lo sottoscriverebbe, ma con la promessa che non si smetta mai di lottare, per non rischiare poi di sentirsi vuoto il petto. 

Che valore attribuisci alla filosofia per l’uomo e per la società?
È l’occasione a far l’uomo saggio ed è la filosofia l’occasione della saggezza; i libri sono l’occasione per pensare, riflettere sul senso dei nostri gesti e delle nostre opinioni. Certo, per ragionare bisogna averne voglia, è un requisito essenziale, e non mi pare sia mai stato molto diffuso tra gli uomini, nonostante gli sforzi di Prometeo.
La filosofia oggi è sinonimo di accademia, di saggi noiosi per specialisti, di “persone strane”, ma solo perché non si può dire che la filosofia è in realtà il telaio delle nostre esistenze. Vivere è filosofare. Decidere è filosofare, soppesare pro e contro attraverso il ragionamento. Come si può pesare un mondo senza filosofia? Non è possibile.
Eppure, pur non avendo molta simpatia per loro, gli specialisti servono, eccome. Rappresentano l’inutile che ci manca, la possibilità inesauribile dell’uomo di colmarsi di senso. E poi sono gli unici “parlatori di filosofia” riconosciuti ufficialmente dalla società (alcuni di loro percepiscono addirittura uno stipendio). Potrebbe andare peggio, come succede in altre parti del mondo.
Bisogna però fare una precisazione: il fine della filosofia è capire, perlomeno provarci, non adeguare il ragionamento alle proprie convinzioni. Chi fa questo tradisce se stesso e non sta filosofando, e di sicuro sta vivendo male.

Prossima tua pubblicazione, sempre per Diogene Multimedia, sarà Esistere! Gide, Sartre e Camus. Quali sono i temi affrontati nel volume e cosa potrà trovarvi l’uomo del XXI secolo?
Nichilismo. Il mondo, evidentemente, difetta di significati ultimi, non riesco a fingere il contrario. Gide, Sartre e Camus se ne rendono conto in un momento storico in cui questa precarietà di senso cambiò il volto del mondo, lasciando nelle bocche degli uomini, oltre a un nuovo sapore di libertà, un profondo smarrimento.
Nichilismo attivo, potremmo dire. Il mondo non ha senso, tu non hai senso, ma puoi dar forma a questo senso mancante attraverso il tuo agire e i valori che tu stesso scegli di seguire. Ciò non significa farsi oltreuomo e accettare la vertigine dell’eterno ritorno, ma più semplicemente sentirsi parte di qualcosa, di un progetto di esistenza che riempia di significato anche il dolore connaturato al nostro camminare sulla terra.
Questi tre autori, in modi diversi, sperimentano su se stessi un antidoto alla catastrofe del nulla, mostrandoci modi possibili di affrontare l’angoscia che l’uomo contemporaneo non può non aver provato almeno una volta nella vita.

Intervista a cura di Serena Lietti 
09/11/2015

Immagine: Stefano Scrima

 

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