Facebook

Ragione e sentimento
Il filosofo polacco Adam Schaff (1913-2006), una delle figure fondamentali della cultura europea contemporanea, conclude uno scritto inedito del 1999, pubblicato in traduzione italiana sotto il titolo “Ragionamenti. La disoccupazione strutturale e la grande trasformazione” (incluso come capitolo finale da Augusto Ponzio in un suo libro del 2002, Individuo umano, linguaggio e globalizzazione nella filosofia di Adam Schaff), con un’accusa rivolta a UNESCO, ma che in realtà coinvolge tutti, sia l’intellettuale sia il politico professionista sia l’uomo della strada:  cioè, di non aver fatto abbastanza, anzi “neanche il primo passo”.
Davanti allo scandalo dello sfruttamento, dell’oppressione economica, dell’alienazione sociale al livello sia nazionale che internazionale, Schaff ha a cuore le sorti dell’umanità tutta, che con la sua visione ecumenica, preveggente, proiettata verso il futuro, considera nella condizione di imprescindibile interrelazione al livello planetario. La vita dell’individuo umano è inesorabilmente espressione e conseguenza, oltre che elaborazione singolare, della vita della comunità a cui appartiene, che a sua volta è inesorabilmente collegata alla comunità più ampia, e così via, secondo una progressione a spirale di cerchi concentrici sia sull’asse sincronico della contemporaneità sia sull’asse diacronico della storia.
Straordinaria è la capacità di analisi che Schaff realizza rispetto ai problemi dell’attuale – che gli interessano soprattutto dal punto di vista politico-sociale – grazie ad una squisita sensibilità partecipativa unita alla congiunzione di saperi interdisciplinari diversi, in cui dialogano tra loro competenze sia linguistico-semiotiche sia politico-ideologiche sia psicologico-sociali. Schaff, studioso impegnato politicamente, interessato alla prassi sociale e quindi amorevolmente pre-occupato per il diritto alla qualità della vita di ciascuno, è particolarmente attento al metodo scientifico (che egli racconta di aver appreso soprattutto dagli studi filosofici successivamente alla laurea in giurisprudenza e gli studi in economia).
Tengo alla qualificazione, qui inaspettata fino a sembrare inappropriata, di amorevolezza applicata ad Adam Schaff, questo gigante della cultura intellettuale e politica che si distingue per la lucida scientificità del suo approccio, per il rigore metodologico, per il comportamento disciplinato e severo nella sfera pubblica, a dimostrazione, si potrebbe dire, della imprescindibilità dell’interconnessione tra il ragionare e il sentire, la mente e il corpo, le conoscenze intellettuali e i saperi che informano l’azione, il comportamento. In Lettera a Teresa. Una via di riflessione filosofica e politica (ed. originale in polacco del 2001, ed. italiana a cura di Augusto Ponzio, nella traduzione di Andrea F. De Carlo, del 2014), dove si dichiara orgoglioso di poter dire di essere un polacco di origine ebraica (spiegando come intendere sul piano logico le parole “polacco” e “ebraico”, pp. 24-25), Schaff ricorda ripetutamente la lezione impartita dal padre del dovere di amoroso impegno a beneficio della collettività, e ancora prima l’amore del padre per il figlio, amore che ha plasmato tutta la vita di Schaff, e che ha determinato la propria passione politico-sociale:

Quando penso adesso al passato, al mio difficile percorso verso il movimento rivoluzionario, sono convinto che senza l’apprendistato in quelle attività in favore della collettività, rammentate attraverso la lettura di quegli scrittori come il mio amato Zeromski [Stefan Zeromski, romanziere polacco, politicamente impegnato], non mi sarei deciso a fare un passo così decisivo nella mia vita futura” (p. 20).

E, di nuovo, per spiegare le ragioni delle proprie scelte sul piano politico – un orientamento verso sinistra, la strada del movimento comunista –, scelte provocate dalla realtà sociale di allora, scelte tremendamente difficili (facevano paura per la loro pericolosità dato i tempi), e coraggiose per onestà intellettuale, quindi scelte disinteressate, da “eroi” – ancora una volta inaspettatamente e con grande semplicità Schaff dice così:

Per capire la cosa fino in fondo, tuttavia, occorre aggiungere un commento. Era la strada che passava attraverso il cuore! Senza il cuore la strada verso il socialismo – di qualunque tipo – è sbarrata (p. 41).

Come dice in effetti Augusto Ponzio nella Introduzione al libro sopra citato: 

“a ricerca di Schaff che spazia dalla filosofia del linguaggio, alla filosofia della conoscenza, alla filosofia morale e politica trova la propria unità nella questione centrale che la motiva e l’orienta fin dall’inizio: quella dell’individuo umano e del suo affrancamento da qualsiasi ostacolo al miglioramento della qualità della vita, e dunque da ogni forma di sfruttamento e di alienazione” (Ponzio 2002: 7).

L’apertura di Schaff al dialogo
Ho conosciuto Schaff personalmente nel gennaio del 2000 a Bari dove, venuto a sapere del progetto del libro di Augusto Ponzio a lui dedicato, Individuo umano, linguaggio e globalizzazione, volle raggiungere quest’ultimo per partecipare alla preparazione del libro in questione, mettedosi a disposizione a rispondere a domande in una forma più che da “intervista”, di dialogo aperto e fortemente collaborativo. Gli incontri di lavoro si svolsero tutti nella mia casa tra il 24-29 gennaio. Il libro, pubblicato due anni dopo, si presentò sia come monografia su Schaff, sia come riflessione su problemi teorici, sociali, politici nel mondo odierno della globalizzazione, sollecitata dalla lettura di Schaff e in dialogo con lui.  Il libro infatti contiene, oltre al saggio inedito di Schaff, “Ragionamenti”, due “entretiennes” con Schaff: la prima è una nuova edizione di un precedente dialogo epistolare dell’ottobre del 1976, originariamente pubblicato in traduzione italiana dal francese nel libro di Ponzio, Marxismo, scienza e problema dell’uomo, 1977; l’altra è la trascrizione di una parte delle registrazioni delle conversazioni che si sono svolte tra Ponzio e Schaff  in occasione degli incontri del 2000.
Come Schaff spiega in quest’ultima, gli interessava la dialettica marxista come metodologia della conoscenza e come logica. “Dissidente marxista”, Schaff era aperto a tutte le correnti intellettuali, di qualsiasi corrente, indirizzo e credo, caratterizzate da un “pensiero scientifico”, cioè pronte a sottoporsi a verifica e rinnovarsi, aperte, creative, propositive e rigorose; così com’era critico nei confronti di un qualsiasi pensiero superficiale, non-scientifico, anche – soprattutto – di orientamento marxista, che non sapesse o non volesse rispondere ai criteri della confutabilità e del rigore intellettuale. In Lettera a Teresa, un testo a cui Schaff lavorava nello stesso periodo del saggio “Ragionamenti” (1999), come pure della conversazione con Ponzio a Bari (2000), Schaff ribadisce ancora una volta la necessità della scientificità e del rigore logico di qualsiasi discorso, di qualsiasi idea e presa di posizione.
Così, ad esempio, anche in Lettera a Teresa, libro-testimonianza di un’epoca storica, oltre che di una situazione nazionale (si tratta della Polonia) assai complessa sul piano politico-socio-ideologico, egli fa la critica a qualsiasi forma di oscurantismo e di “scivolone logico” sul piano del ragionamento, come egli dice, che porti al fanatismo sia esso di stampo cattolico, ebraico o comunista: “Odio il fanatismo”, dice Schaff, “per tale ragione combatto l’oscurantismo di ‘Radio Maryja’ in Polonia, ma in maniera ancora più decisa – dal momento che si tratta della “mia” gente – gli spaventosi esempi di ignoranza nel quartiere Mea Shearim in Gerusalemme, dove si è pronti (come ha mostrato l’esempio del Premier Rabin) ad assassinare i propri fratelli, se questi si oppongono all’attività oscurantista” (p. 32). In questo libro, di ciò che – da studioso del linguaggio particolarmente attento alla polisemia delle parole – Schaff chiama “scivolone logico”, gli esempi da lui esposti sono tanti, tra cui quello della  perdita di distinzione tra “patriota” e “sciovinista” (p. 35).
Era inevitabilmente una vita scomoda quella di Schaff in seguito alle posizioni critiche da lui assunte senza alcun riguardo per le bandiere, in seguito alle scelte coraggiose da dissidente, di cui, con rigore scientifico e amore per il prossimo, ha sempre cercato di spiegare le ragioni, rendendole accessibili all’attenzione di tutti. Schaff rivelava una nuova faccia del marxismo e del socialismo rispetto alle teorie e pratiche dominanti dell’epoca che hanno finito col determinare, in effetti, il loro fallimento e l’attuale diffusa diffidenza nei loro riguardi.  Studiare il lavoro di ricerca svolta da Schaff dal periodo dell’occupazione tedesca della Polonia fino all’attuale fase della globalizzazione ci dà l’occasione, in effetti, di riesaminare criticamente tutta una serie di posizioni teoriche che hanno caratterizzato il pensiero novecentesco nell’ambito della filosofia e delle scienze umane contemporanee (il neopositivismo, l’esistenzialismo, lo strutturalismo, il marxismo strutturalista, la linguistica generativo-trasformazionale) e di rileggere gli autori che in maniera più significativa le hanno rappresentate: Schaff fa notare che molto spesso succede che gli esponenti del mondo culturale approvano disinvoltamente correnti di pensiero e posizioni teoriche per moda e con altrettanta disinvoltura le abbandonano; e da tutto il suo discorso trapela un senso di dolore davanti all’inadeguatezza come pure all’arroganza, che egli critica e accusa senza remore, di un mondo intellettuale fallimentare rispetto ai valori della vita e dell’azione politica.

L’ottusità dilagante
La questione che Schaff pone al centro del saggio del 1999 è una delle più complesse nel mondo odierno, che egli affrontava da anni – infatti, egli si lamenta di dover ripetere, ancora una volta, sempre uguale, a rischio di apparire noioso e ripetitivo, sempre lo stesso verso – la questione della “disoccupazione strutturale”, oggi più che mai attuale: Schaff, nel corso della sua lunga vita da studioso, ha saputo prevedere i problemi di oggi, che sono i problemi strutturali di un sistema che è arrivato ormai al capolinea.
Per Schaff non ci sono dubbi, la disoccupazione non è congiunturale ma strutturale: si tratta di una questione semplice, che invece, non riconosciuta come tale, si presenta come problema insolubile, in barba alle promesse dei politici, e con conseguenze disastrose – inutili gli elenchi dei disagi oggi in crescita a ritmi vorticosi: incremento dei senza tetto, perdita sempre maggiore della qualità della vita, lavoro in nero, migrazione (viaggi della disperazione verso l’Europa, fuga dei giovani cervelli all’“estero”), proliferare di fondamentalismi, di fanatismi, di atti criminali, di traffici illeciti, di violenze sempre più atroci sui più vulnerabili…
Eppure nonostante si tratti di un problema semplice, ovvio, tanto quanto è pervasivo, imponente e importante, la riflessione intorno ad esso da parte degli organi competenti, e responsabili, oggi è scarsa, sia in termini di quantità, visto che non vi si riflette abbastanza, sia in termini di qualità  dato che chi ci prova non ce la fa, nel senso che mostra di non (anche non voler) capire il problema, di non comprenderne le vere dinamiche a monte. Oltre all’analisi della realtà sociale in chiave politico-economico, Schaff, nel tentativo di spiegare la condizione di ottusità dilagante (e purtroppo non nel senso felice dell’“ottuso” come è interpretato dal semiologo francese Roland Barthes), applica le categorie di “closed mind” e di “cognitive dissonance”, attingendo sia dalla psicologia sociale sia dalla linguistica (all’analisi dello stereotipo, del pregiudizio, del dogmatismo Schaff ha dedicato diversi lavori precedenti).
Inoltre, per spiegarsi meglio egli ricorre al racconto di una storia, vera, quella di uno scrittore, Friedrich Wolf, a cui era stato affidato il compito di  intrattenere in qualche modo i prigionieri di guerra appartenenti alle SS in un lager nell’Unione Sovietica. Si trattava del difficile problema di stabilire un contatto con questi giovani soldati indottrinati, cosa che sarebbe stata possibile soltanto attraversando i loro pregiudizi e insegnando loro a ragionare fuori dagli stereotipi. Schaff racconta che Wolf dopo lunghi tentativi ci riesce convincendo i soldati, malgrado i loro pregiudizi, che l’autore della canzone popolare “Lorelei”, nota a ogni tedesco, era un ebreo, Heinrich Heine.
Come dice Schaff, “mi interessano le cause di un rifiuto spesso irragionevole (da parte di uomini ragionevoli) di verità che in fin dei conti sono ovvie” (in Ponzio 2002: 255). Il fenomeno riguarda lo stato mentale della persona che resta intrappolata nel dogmatismo fino al fanatismo e ai razzismi di vario colore, particolarmente evidente quando si tratta di questioni religiose, ma anche politiche e persino scientifiche. Gli oppositori di Galileo giustificarono il loro rifiuto di assistere alla dimostrazione scientifica a sostegno delle sue tesi dichiarando di non voler ledere la dignità del loro maestro, Aristotele. Ma per restare nell’epoca nostra basti ricordare, ad esempio, il caso Lysenko e l’imposizione da parte delle autorità dello stato comunista della impostazione della ricerca scientifica secondo una determinata ideologia. Le considerazioni critiche di Schaff sono particolarmente significative oggi in un mondo in cui i fanatismi si presentano sempre più minacciosi nei confronti dell’ordine globale che li genera.
Ancora più interessante è l’osservazione da parte di Schaff, anche questa condivisibile, che siamo tutti esposti, a gradi diversi, alla condizione di “dissonanza cognitiva”, e quindi siamo tutti potenzialmente “anormali”, un po’ “matti”, “strani”, avvalando la sua tesi che “una persona che sia completamente immune da questo punto di vista, dunque completamente ‘normale’, deve essere considerata in pratica piuttosto come un’anomalia” (Schaff in Ponzio 2002: 256) sulla base di teorie scientifiche (v. Leo Festinger 1957). Secondo Schaff quando le idee e le convinzioni di una persona entrano in conflitto con la realtà, tre sono le possibili risposte: 1) tentare di cambiare la realtà, la reazione del rivoluzionario; 2) cambiare le proprie idee, comunemente considerato il segno di Giuda del tradimento; 3) accettare la “cognitive dissonance” e far convivere nella propria coscienza punti di vista diversi, atteggiamento diffuso per cui comprendiamo intellettualmente, ma rifiutiamo sul piano emotivo, trattandosi di una specie di schizofrenia collettiva, sociale.
Così rispetto al problema centrale di come sia possibile da parte di persone colte negare certe verità che riguardano la realtà sociale e sono ovvie, Schaff afferma la cruciale importanza della capacità critica e della propensione all’interrogazione delle proprie posizioni, dei propri comportamenti senza mai cedere alla tentazione di chiudersi sulle proprie convinzioni dogmatiche e monologiche.

L’inevitabilità della disoccupazione
La tesi di Schaff che desta preoccupazione, e che perciò tende ad essere messa da parte ancora oggi, recita che la disoccupazione nella produzione e nei servizi è strutturale. Il problema è rendersi conto della inevitabilità della “disoccupazione strutturale” e comprenderne le cause e le conseguenze. La rivoluzione industriale oggi si basa sulla rivoluzione tecnico-scientifica, quindi sull’irreversibile processo di automazione e robotizzazione. La conseguenza ma anche il fine di questo processo è l’eliminazione del bisogno della forza lavoro viva: le macchine diventano “job killers”. La disoccupazione strutturale è una conseguenza della rivoluzione tecnologica che in quanto tale non può essere evitata. Tutto ciò significa la fine del lavoro salariato, vale a dire di un sistema di lavoro che è tipico dell’organizzazione economica capitalistica, ma che non funziona più se sul piano sociale il criterio di giudizio è l’“inclusione sociale” e la qualità della vita per tutti.
Uno dei problemi che la società deve affrontare oggi è quello dell’incremento sempre maggiore, nella popolazione al livello mondiale, del tempo di non-lavoro. Il tempo del non-lavoro non sarebbe un problema se fosse interpretato in termini di tempo disponibile per sé e per altri, per l’altro di sé oltre che per l’altro da sé, vale a dire un tempo per dedicarsi a tutt’altro rispetto al tempo del lavoro salariato (alienato) nel sistema attuale della riproduzione sociale. Ma in questo sistema sociale il tempo del non-lavoro è contrapposto al tempo di lavoro e in quanto tale è considerato come tempo vuoto, vale a dire un tempo improduttivo. Chi non ha lavoro, cioè chi perde il posto di lavoro è trasformato, in dis-occupato, in “esubero”: essere senza posto di lavoro nel mondo della globalizzazione si traduce velocemente in senza posto, senza posizione, appunto, in questo mondo.
Se il valore che guida l’azione politica al livello mondiale fosse, come dovrebbe essere, la salvaguardia della qualità della vita di ciascuno e quindi di tutti i popoli della terra, allora la soluzione – semplice e al tempo stesso tremendamente complessa –  richiede il passaggio, nelle parole di Schaff, “dalla civiltà odierna del lavoro alla civiltà dell’occupazione, occupazione che deve essere sostenuta, organizzata e pagata dal reddito sociale collettivo di tutta l’umanità” (p. 258), con cui egli prospetta una vera e propria “rivoluzione sociale” – “e questo in effetti è tutto” (ibid.), aggiunge con sorprendente e sfidante candore. Le implicazioni in effetti sono molteplici e scomode per chi è interessato a mantenere l’attuale ordine mondiale. Negare la tesi della disoccupazione strutturale, sostiene Schaff senza mezzi termini, è possibile soltanto sulla base della ignoranza o della esplicita volontà di mistificazione.
In poche parole si tratta di questo: l’odierna situazione – quella della forma sociale capitalistica – è il risultato della liberazione del lavoro (dalla schiavitù, dalla servitù della gleba avvenuta in tempi e circostanze diverse (in America soltanto in seguito alla guerra di secessione): oggi si tratta di un’altra liberazione: quella dal  lavoro (il lavoro che si vende e che si compra, il lavoro salariato), che si presenta, in questa fase di capitalismo morente, morente e cieco (vede e non riesce a vedersi per quello che è, ma anche cieco nel senso in cui lo è un vicolo cieco) sotto forma di dilagante disoccupazione.

La “grande trasformazione”
Oggi, con Schaff oltre Schaff, è necessario analizzare la realtà sociale in maniera spregiudicata con finalità nuove e con rinnovati mezzi di intervento ad esse relativi. Ciò che resta immutato è la tutela della dignità di ciascun individuo umano e della qualità della vita, oggi in non poca parte del mondo ridotta, seppure, al livello della mera sopravvivenza. Ma, come abbiamo detto, oggi il sistema della riproduzione sociale capitalista produce il fenomeno della disoccupazione, o meglio produce disoccupati non assorbibili dal sistema stesso (si chiamano  (eufemisticamente?) “esuberi”. Si va verso la fine del lavoro.  Ma il punto è che si tratta della fine del lavoro della forma sociale capitalista, il lavoro che si compra e si vende, che è esistito con questa forma sociale e che ne è la sua condizione. Ma il lavoro – e qui per “lavoro” s’intende, come è ovvio, tutt’altra cosa rispetto al lavoro salariato – caratterizza l’uomo da quando esiste sulla terra, vale a dire da decine di milioni di anni, sicché la sua stessa evoluzione, la sua stessa storia, il senso della vita stessa ne dipende.
Schaff prognostica una “grande trasformazione” resa necessaria dalla situazione sociale, a livello mondiale, per effetto della automazione e della robotizzazione, un nuovo ordine mondiale che sancisce la fine del lavoro, vale a dire del lavoro salariato espressione del sistema capitalistico e quindi di un tempo limitato della storia. Si tratta di una trasformazione necessaria, inevitabile, l’unica alternativa possibile al caos incombente, che in quanto tale richiede una nuova progettazione sociale, una nuova distribuzione del reddito sociale, per la soddisfazione dei nuovi bisogni. Schaff parla di “nuove occupazioni” che sono di vario tipo, ma in particolare egli si sofferma, per la loro importanza nello svolgimento di un prossimo futuro, sulla figura dei social workers e, ancora, sul ruolo della formazione continua e permanente.
Così come la disoccupazione è un by-product del sistema, un eccesso, un residuo, un rifiuto non-assorbibile del sistema capitalistico basato sul lavoro salariato, alla stessa maniera emerge un altro fenomeno, un altro eccesso, di un altro residuo non-assorbibile dal sistema: quello della migrazione, caratteristica distintiva della globalizzazione oggi – ma questa è un’altra storia, anche se va qui perlomeno segnalato come un altro esempio significativo della cattiva gestione economico-politica della vita degli altri con l’implicazione di responsabilità globali. A questo punto è doveroso ricordare i 700 morti circa, ma forse un migliaio e più, per annegamento, il 19 aprile 2015, nel Mediterraneo (ma quanti sono in tutto fino ad ora?) – donne, uomini, bambini e ragazzi, poveri, affamati, perseguitati, feriti e sfruttati, come ha detto Papa Francesco –, nel tentativo disperato e paradossale di raggiungere sulle coste italiane la felicità.

L’umanesimo ecumenico
In risposta alla domanda posta da Augusto Ponzio, “Che cosa significa essere marxista nella fase della fine del lavoro salariato?”, Schaff risponde che per la gran parte si tratta di un problema storico: “è la storia che decide circa la risposta” (in Ponzio 2002: 232). Insieme al lavoro salariato, insieme al proletariato va scomparendo la classe capitalista, che esiste soltanto se esiste la classe del proletariato. Perciò, una nuova forma sociale  “è ante portas” dice Schaff (ivi: 232). Ciò non significa che si realizzerà automaticamente e senza che venga programmata e promossa. Ciò che si realizzerà sicuramente è uno stato di massima degradazione sociale e di invivibilità, se questa nuova forma sociale richiesta dalla situazione storica, non venga programmata e promossa. Quindi il problema oggi è trovare nuove risposte adeguate alla “grande trasformazione”, inventare nuove occupazioni intese come nuove forme di socialità, quindi creare nuove forme di convivenza al livello sia nazionale sia globale.
In questa prospettiva e in funzione di una riprogettazione del sociale indipendentemente dalla denominazione che ad essa si voglia dare – socialismo, postcapitalismo, ecc. – Schaff, già verso la fine del ‘900, propone la realizzazione di un impegno congiunto che veda la partecipazione e la collaborazione di tutti gli umanesimi. In particolare, la visione di Schaff  ha come riferimento il socialismo e il cattolicesimo, considerati ciascuno nella loro progettazione di forme di convivenza volte al miglioramento e incremento della qualità della vita. Si tratta precisamente di affrontare le situazioni sempre più pressanti e i pericoli sempre più incombenti a cui il mondo odierno è esposto.
Schaff individua quattro problemi che rappresenta con la metafora dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Il disastro ecologico, la disoccupazione strutturale, l’emigrazione, la guerra. Ciascun cavaliere è guidato da un uomo a piedi: ed è dunque di ciascuno di essi la responsabilità.
Schaff indica come “umanesimo ecumenico”, nel suo libro che così si intitola, la collaborazione degli umanesimi e degli uomini di buona volontà – si tenga conto dell’uso aberrante che invece si fa oggi di “umanesimo” e “umanitario”: “interventi armati umanitarie” e “guerre umanitarie”! – per fronteggiare i pericoli non solo per la vita umana ma per l’intera vita sul pianeta.

“de te fabula narratur”
(Adam Schaff, Lettera a Teresa, 2014: 35)

Susan Petrilli
28/09/2015

Immagine: I Cavalieri dell'Apocalisse, Victor Vasnetsov, 1887.

 

LIBRERIA FILOSOFICA

Forum Referendum

IMMAGINI

VIAGGI FILOSOFICI

Questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione ne autorizzi l'uso. Se vuoi saperne di più clicca su "Leggi dettagli”.