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Sostanzialmente tre sono i capisaldi dell'antropologia aristotelica:
- L'uomo è un animale razionale [Ethica nicomachea]
- L'uomo è un animale sociale [Politica]
- L'uomo è l'unico animale che rida [De partibus animalium]
Se i primi due enunciati mostrano una caratteristica umana comune però anche ad altri appartenenti al regno animale, da cui l'uomo in questo si distingue dunque quantitativamente e non già qualitativamente (ossia, per una differenza puramente graduale), quando invece lo Stagirita dichiara che l'uomo è l'unico essere capace a tutti gli effetti di ridere è proprio in questa sua peculiarità che rintraccia un aspetto unicamente pertinente alla nostra specie.
Fatto salvo che non si possano assimilare all'azione della risata espressioni o versi ferini solo apparentemente paragonabili, come nel celebre caso della hyena ridens – a meno che non si voglia ricorrere a una sorta di antropomorfismo per così dire “disneyiano”, del tutto illegittimo – il riso, e ogni forma di comicità che ne sia in qualche maniera causa, risultano perciò come attributi esclusivi della sfera umana.
In altre parole, siamo noi gli unici a saperci divertire pienamente. Ma di divertimento vero e proprio si può parlare?
Infatti, a una seconda e più approfondita analisi, proprio l'uomo, l'unico detentore del riso, tra gli esistenti l'unico che possa godere di questa facoltà, però, a ben guardare, che cosa avrà poi da ridere? La sua condizione, infatti, senza avere l'intenzione di drammatizzare, non ci pare comunque delle più liete.
Lo testimonia una lunga serie di riflessioni che attraversano come un filo rosso l'intera storia del pensiero umano. A partire dal noto detto di Sileno, che, messo alle strette dal re Mida, il quale gli intimava di dirgli quale fosse la cosa migliore e maggiormente desiderabile per l'uomo, rivelava: «Il meglio per te è assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto». [1]
E si può ben continuare di questo passo: «Si immagini un gran numero di uomini nelle catene e tutti condannati a morte, alcuni dei quali sgozzati sotto gli occhi degli altri: quelli che restano vedono la loro propria condizione in quella dei loro simili e, guardandosi gli uni gli altri con dolore e senza speranza, attendono il loro turno. Tale l'immagine della condizione degli uomini» [2]; «L' uomo è cattivo e infelice: tutti lo sanno (...). Ovunque si vedono prigioni e ospedali, ovunque ladri e mendicanti. (…) La storia, propriamente parlando, non è altro che una raccolta dei delitti e delle disgrazie del genere umano» [3]; «Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto fuori un inferno bell'e buono. Quando invece gli toccò di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà insuperabile: appunto perché il nostro mondo non offre materiale per un'impresa siffatta.» [4]
Tanto per citare solo alcuni dei passi più celebri di una lunga filiera di constatazioni che liquidare semplicemente quali ridondanti lagne di alcuni inveterati pessimisti sarebbe riduttivo. E dunque?
Per tornare al nostro argomento, come può l'uomo trovare ancora in sé la forza per far riecheggiare questa biblica valle di lacrime, in cui è costretto a dimorare, del suono sguaiato delle proprie risa? Come riesce a trovare la progenie di Adamo di che divertirsi tra le miserie di questa sua condizione? O che forse essa non rida, come noi crediamo, proprio a causa di questa sua condizione?
Perché, se è vero che l'uomo non è l'unico essere soggetto alle varie iniquità sopra elencate, è altrettanto vero che egli è pressoché l'unico, tra gli esseri senzienti, ad averne piena consapevolezza. Fatto che dovrebbe perlomeno condurlo a un perenne stato di sconforto e patemi d'animo, tali da gettarlo nella più disperante, annichilente apatia.
Ecco allora emergere qui il ruolo di preservazione psicologica rivestito dal buonumore, che, in buona fine, ci porta ad affermare senza tema di smentita che il motivo del riso, a ben vedere, è lo stesso di quello del pianto.
Ciò che ci spaventa, ci disgusta o ci corrompe interiormente può anche divenire ciò che ci divertirà magari – e non per nulla – sino alle lacrime.
E quello di cui rideremo o piangeremo – a seconda della nostra disposizione personale e/o atteggiamento verso la vita e il mondo circostante – altro non è, poi, che tutto ciò che è esterno, quindi estraneo, al soggetto conoscente: un altro da sé messo in luce non tanto nelle veci di categoria ontologica o gnoseologica, quanto piuttosto nella forma di quell’evento esteriore che continuamente mira a irrompere dentro la quiete solipsistica dell’individualità; dal carattere, quindi, eminentemente morale.
È la realtà dei fatti che tende ad annullare ogni ideale, intervenendo a minacciare brutalmente la stessa visione, velleitariamente razionalizzante, che l’uomo, a proprio uso, si fa del mondo in cui gli è dato vivere.
È la sorpresa dell’abnorme, dell’eslege, dell’inatteso. È la variabile stocastica che finisce per disattendere le aspettative logico-statistiche che l’uomo è naturalmente portato a concepire (in lui sussistenti principalmente per basse ragioni di sopravvivenza, o di salvaguardia di sé e dei propri beni e affetti).
È il disordine che continuamente imperversa nel bel mezzo di quell’armonia stabilita dall’ottimistica tendenza ordinatrice e normativa dell’essere umano: quell’incognita x la cui natura imponderabile tende a rovinare i piani e guastare anche le più caute previsioni; che travolge e squarantotta anche i più sognanti desiderata.
In una parola esso è il male!
È ciò che ininterrottamente insidia alle fondamenta la struttura, già di per sé malcerta, delle poche sicurezze che l’uomo si è saputo ostinatamente costruire: la continua minaccia che grava sui crani dei viventi, abbandonando quello stato di astrazione sovra-cosmica che gli è proprio, in qualità di etereo argomento di discettazione filosofica, per estrinsecarsi di volta in volta in tutte le sue manifestazioni o modificazioni particolari (dal dolore fisico alla sofferenza morale, dall’attendibile timore di un possibile nocumento che ci provenga da parte della natura o dei nostri simili alla scaramantica incertezza ingenerata dall’assodata instabilità delle umane fortune).
Ed è proprio di questo male e della inalienabile convivenza (ancor prima di ordine psicologico che concreto) con esso che, da ultimo, e sempre, ridiamo.
Noi tutti quando ridiamo, ridiamo proprio, in un modo o nell'altro, di questa nostra angusta condizione (che ce ne rendiamo conto o meno). E, per giunta, più la minaccia, se non l'effettivo consumarsi dell'evento sinistro, grava su di noi più la risata sembra farsi sguaiata: in un rapporto inversamente proporzionale a quello stato di tranquilla letizia che popolarmente si propende invece ad accomunare alle cause del cosiddetto buonumore.
Ma questo humour, questo atteggiamento verso la vita, il quale imperterritamente tenta di spuntarla su di essa, rivoltandone anche il lato più tragico nel suo risvolto ridicolo, non dà l’impressione di osservare i cicli naturali che si era soliti attribuire agli umori ippocratici: pare anzi esigere essenzialmente un atto volontario da parte del ridente, che potremmo altrimenti definire un piccolo atto di coraggio (talora forse addirittura di eroismo) posto a difesa dalle molte avversità che non infrequentemente ci si parano davanti.
Pare proprio che quando ridiamo, insomma, ridiamo davvero, proverbialmente, per non piangere.
È nota la leggenda che vede contrapposti i due grandi pensatori dell'antichità Democrito ed Eraclito, i quali, posti di fronte al medesimo spettacolo (ovvero l'esistenza, e tutte le storture, le bassezze e le assurdità che essa in sé comprende), rispondevano con reazioni diametralmente opposte: il primo ne rideva a squarciagola, fino ad essere tacciato di follia da parte dei concittadini, mentre l'altro si scioglieva in un pianto prolungato e inconsolabile.
Ebbene, Democrito, oltre a quanto detto, è anche, e soprattutto, colui al quale Plutarco, nell'Adversus Coloten [5], attribuì la primissima formulazione di quella che viene antonomasticamente definita la domanda fondamentale della metafisica: ή μãλλον τό δέν 'ή τό μηδέν είναι;  (trad.: “perché esiste l’essere e non piuttosto il non essere?”).
Essa, oltre ad essere il primo protrettico di ogni filosofia, segna altresì il passo definitivo (e senza più possibilità di arretramento) verso quella terra che, affinché ve ne sia consentito l’accesso, pretende a pegno la perdita irrevocabile di quell’ingenuità e di quell’innocenza che sono proprie della prima età.
L’attimo in cui l’uomo sente il bisogno di chiedersi la ragione dell’esistenza (quella sua propria come quella delle cose a lui circostanti) è l’attimo stesso in cui egli posa il piede su questo nuovo territorio. È allora che egli diviene davvero adulto (sia che questa crescita venga esaminata sotto il profilo dell’ontogenesi che della filogenesi): quando, cioè, in seguito a un compiuto sviluppo corticale e all’avvenuto raggiungimento di una piena contezza di sé, egli si scopre cosa tra le cose, fatto tra i fatti, da questa e questi però distinto e, in quanto tale, irripetibile.
È allora – quando l’uomo individua appieno se stesso – che però inizia anche il drammatico rapporto umano con la vita. Ed è allora che per l’uomo sorgerà spontaneamente la necessità della risata.
Il fanciullo (alla stregua, è presumibile, dei nostri più remoti ascendenti) risponde al quesito democriteo non già attraverso la riflessione bensì in praxi: egli semplicemente è ed esiste, indistintamente immerso nel flusso incessante della vita, cui appartiene senza riserve. I fanciulli ridono, si può dire, gratuitamente. O, per meglio dire, gratis et amore Dei.
Grati già solo per il semplice fatto di esserci: essere qui, ora, avendola spuntata su quell’incontrollabile lotteria che stabilisce l’incontro tra due soli particolari gameti e, simultaneamente, il sacrificio dei milioni di restanti candidati. E mossi da un amore incondizionato verso il Dio della vita.
Una gratitudine certamente non formalizzata, che essi esprimono inconsapevolmente con quell’inesauribile trasporto verso la vita stessa che interamente li coinvolge.
Basta soffermarsi appena sul particolarissimo tipo di felicità che il fanciullo comunica.
Perché mai, ad esempio, un bambino ride, con quel gorgoglio così sincero dentro la gola, ogni qual volta faccia un balzo? Per il solo fatto che lo può compiere, ne è la risposta: egli ride, non solo con la bocca e con gli occhi, ma quasi con tutta la persona, alla possibilità che gli è concessa di compiere quel salto di poco conto, perché quella è una testimonianza tra le tante che egli c’è, esiste. Una sorta di ergo-sum immediato e privo di metafisiche.
Il fanciullo ride senza tregua e senza che se ne pretenda una giustificazione precisa (una prerogativa che, se mantenuta oltre le soglie dell’infanzia, verrebbe ritenuta indice certo di squilibrio mentale o di cretinismo). Egli è dentro l’essere. Ne fa assolutamente parte.
È questa l’unica joie de vivre di cui si possa propriamente parlare. Essa andrà poi, giocoforza, cedendo il passo a un più maturo e problematico confronto con l’esistenza data che, se da una parte è attraversato da un  grado di coscienza e da una tensione intellettuale per il bambino impensabile, per altro verso con sé reca l’ineluttabile contropartita del disincantamento.
Ciò a cui serve il tentativo continuo di rivelare la vita nel suo aspetto comico, o risibile, in questa fase adulta e blasé, non è altro che la riconciliazione con la vita stessa, ovvero la ricerca (sempre destinata comunque a vedersi, almeno in parte, disattesa) di ricucire quel distanziamento dal pieno flusso dell’esistenza che la coscienza, al suo totale compimento, comporta. Il riso scettico che ne risulterà non potrà tuttavia che imitare appena in parte la gioiosa chiassata del bambino, imperversato, come sarà, dalle ineliminabili venature di un’ombrosa meditazione sopra quei medesimi aspetti della nostra comune condizione la cui irrisione apparentemente ci allieta.

Pee Gee Daniel
12/06/2015

Sull'argomento l'autore ha pubblicato Il riso e il comico, Edizioni Montag, 15 euro (LEGGI LA SCHEDA).

Immagine: La risata, Umberto Boccioni, 1911.


[1]     Vedi, p.es., F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano, 2006, p. 31

[2]     B. Pascal, Pensées chrétiennes, P.R.XXVIII, 20, Ed. Le Guern, II, p.1008; Laf.434 (trad. di D.Bosco)

[3]     P. Bayle, Dizionario storico-critico, Ed. Laterza, Bari, 1999, art. Mani-chei nota (D), pp. 17-18

[4]     A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Bari, 1989, p. 428

[5]     Diels fr.156. In I presocratici. Testimonianze e frammenti, Ed.Laterza, Bari, 1994, p.781

 

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