Facebook

L’Etica Nicomachea è un testo capace di ricordarci qualcosa di cui ci siamo dimenticati. Aristotele, che ne fu l’autore, vi scriveva una cosa apparentemente ovvia. E cioè che la felicità si contraddistingue da ogni altro fine che l’uomo si pone, perché essa è desiderata per se stessa. È il fine ultimo e non è voluta per giungere a qualcos’altro: «Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello […] è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo».
Per lo Stagirita, ciò che viene «scelto sempre per sé e mai per altro» è perfetto. I fini sono «manifestamente molti» – l’onore, il piacere, l’intelligenza, l’amicizia –, e nel ragionamento aristotelico non possono essere tutti perfetti. Infatti vengono scelti, sì per se stessi, ma anche sempre in vista di qualcos’altro. Quell’altro è perfetto perché voluto solo per se stesso: «Di tale natura è, come comunemente si ammette, la felicità».
Per Aristotele, i fini di cui sopra, ma anche la virtù, la casa, la conoscenza, il denaro erano soltanto mezzi per giungere alla felicità. E questo, dice il filosofo, era coscienza diffusa ai suoi tempi. Oggi, nell’epoca di quello che certuni chiamano turbo-capitalismo, il posto della felicità sembra piuttosto essere stato rimpiazzato dal denaro. Nonostante, beninteso, ognuno continui ad affermare il contrario. È il denaro spesso il fine in sé di molte delle nostre azioni. La moneta non è più vista nella sua reale essenza, come un mezzo per eventualmente giungere alla felicità; costituisce piuttosto il capolinea, un binario morto. Queste affermazioni suonano inappropriate in un Paese tradizionalmente generoso come l’Italia e tra l’altro in piena crisi economica: sembrano pertinenti soltanto per descrivere le élite industriali e bancarie mondiali e la loro implacabile logica del profitto.
Certamente la nostra tesi, presa alla lettera, non può che riferirsi a loro: basti pensare alle continue fusioni tra possenti multinazionali per diventare ancora più gigantesche, o a ricchi che per divertimento speculano in borsa per accrescere ancor di più il proprio capitale. Ma pensare che la felicità sia il bene ultimo potrebbe aiutare proprio le fasce più deboli della popolazione a ricalibrare alcune delle loro scelte politiche e di vita quotidiana (che poi, in realtà, sarebbe lo stesso). Potrebbero, per esempio, riconsiderare certi valori attualmente indiscussi, tipo quello del lavor(ism)o. Ricordarsi ogni giorno che la felicità sta sopra a tutto il resto, può forse contribuire a slacciare il valore della dignità dal concetto di lavoro, portando le persone a lottare per avere, non solo una fonte di reddito, ma anche una sorgente di piacere.
Ad ogni modo, il sogno ad occhi aperti più comune non ci vede spettatori di un tramonto contemplato da una lingua di terra inserita nel mare, ma immersi in un bagno di denaro come Paperon de’ Paperoni. Non a caso siamo anche uno dei Paesi in cui il gioco d’azzardo è diffuso di più. Il rischio è che, identificando il fine con il mezzo, si perda di vista cosa rende ognuno di noi gioioso, contento, realizzato, appunto felice. Solo quando la felicità è il faro di una vita, tutto prende con naturalezza il “suo” posto e anche il rapporto al denaro diviene più sano.

Fabrizio Li Vigni
20/04/2015

Immagine: Ragazza che gioca col cane, Jean-Honoré Fragonard, 1765-1772.

 

LIBRERIA FILOSOFICA

Forum Referendum

IMMAGINI

VIAGGI FILOSOFICI

Questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione ne autorizzi l'uso. Se vuoi saperne di più clicca su "Leggi dettagli”.