Facebook

Siamo a Pesaro, in una fredda giornata di febbraio. Ci incontriamo in una confortevole saletta del Nero Caffè, in piazza, con la dott.ssa Lucrezia Ercoli, direttrice artistica di Popsophia, e con la dott.ssa Federica Nardi, responsabile dell’ufficio stampa.

Dott.ssa Ercoli, che cos’è la popsophia?
La parola popsophia ha due significati molto netti, molto precisi e molto diversi.
Innanzitutto quello più immediato della “filosofia popolare”, della filosofia in piazza, di filosofi che parlano a una vasta platea, che utilizzano un approccio - di necessità – diverso da quello impiegato con il mondo accademico. Questa “filosofia popolare”, per un pubblico di non addetti ai lavori, si trova nel nostro festival come in molti altri festival italiani e stranieri. Naturalmente la filosofia, trasportata in piazza, diventa un’altra filosofia.

Che cosa diventa?
Diventa divulgazione, con tutti i pregi e i difetti di questa parola. Il filosofo deve rendere chiaro il suo discorso prima di tutto a se stesso, poi al suo pubblico. E rendere chiare le domande che si è posto a vantaggio di un pubblico di non addetti ai lavori lo costringe a una torsione creativa. Una filosofia che vuole pensare i problemi del proprio tempo deve tornare in piazza. Ovviamente c’è il rischio, spesso evocato semplicemente per screditare queste manifestazioni, della banalizzazione del discorso filosofico…

La banalizzazione è un rischio che la divulgazione ha sempre corso, ma il bravo divulgatore non banalizza; questo è un problema interno alla divulgazione. Però il tipo di filosofia che viene fatto in pubblico, da quello che abbiamo visto, per adattarsi alle esigenze del grande pubblico, è in realtà già a monte filtrata, selezionata: non si tratta qualsiasi argomento filosofico, ma solo un certo tipo di temi. È così anche per voi?
Credo sia fondamentale che la filosofia ‘in piazza’ esca dalla struttura rigida della “storia della filosofia” che prevede un approccio cronologico e rischia di essere una mera “filastrocca di opinioni” in cui il filosofo successivo supera l’antecedente. I macrotemi della filosofia escono dal dibattito interno e vanno a interagire con le questioni che il pubblico sente come attuali e urgenti.
Non basta! L’approccio del nostro festival è ulteriormente diverso e apre orizzonti che, a livello accademico e scolastico, sono rimossi. La divulgazione della “filosofia popolare”, infatti, non esaurisce la portata del termine popsophia. Noi affidiamo alla filosofia il compito maieutico di spiegare il prodotto culturale di massa e al prodotto culturale di massa quello di esprimere le recondite domande del presente. All’interno del nostro progetto convivono entrambe le interpretazioni.

[…]

Ai relatori che cosa chiedete?
Dipende. Posso riassumere le richieste definendo le tre modalità di interazione con gli ospiti che il festival propone. La prima, per la serie “diatribe”, vede coppie di filosofi scontrarsi su interpretazioni diverse del tema. Sono venuti fuori, attraverso il dialogo, punti di contatto e punti di distanza. Non è la classica lectio magistralis, ma un confronto serrato come in un ring filosofico, moderato da un arbitro – ruolo che di solito svolgo personalmente.
Nella seconda modalità, invece, è il relatore che sceglie un “fenomeno pop che incarna il tema del festival. Le rassegne, in questo caso, sono molto diverse e prendono in esame il cinema, la fiction, la musica e altre opere d’arte contemporanee.
Poi, dulcis in fundo, c’è un terzo approccio: la filosofia-spettacolo.

Pubblicando questa intervista, come dovremo scrivere la dizione “filosofia spettacolo”? Mettiamo un trattino in mezzo? È una sola parola?
Stiamo ridefinendo questo concetto in vista dell’edizione 2015. Abbiamo coniato il termine Philoshow per descrivere un format su cui stiamo lavorando da diverso tempo e che sarà protagonista di tutti i prossimi appuntamenti di Popsophia. Non è una semplice conferenza, ma un pensiero che si fa e si costruisce attraverso lo spettacolo, una filosofia che interagisce con i molteplici linguaggi del contemporaneo. Il relatore viene inserito all’interno di uno show dal vivo pieno di contaminazioni: canzoni dal vivo, montaggi cinematografici, letture di testi pop. Durante il Philoshow il pubblico reagisce in modo empatico – ascolta una canzone o vede immagini che lo emozionano perché richiamano ricordi condivisi – e anche il filosofo risponde empaticamente mescolando il suo pensiero a queste fonti esterne e interne di contaminazione.

[…]

Voi utilizzate molti linguaggi e li legate alla filosofia in maniera oserei dire provocatoria, teatrale. Si tratta di linguaggi della nostra società o della filosofia?
Sono primariamente linguaggi della società che circolano nel nostro spazio pubblico e che non possono essere ignorati. Il problema è: come si pone la filosofia di fronte a questi linguaggi? In questi anni di festival sono apparse diverse forme di interazione che fanno capo a scuole filosofiche diverse. Ho curato, insieme a Federica Nardi, un numero della rivista filosofica Lo sguardo, uscito a gennaio, interpellando più di trenta filosofi italiani e stranieri per far emergere chiaramente queste prospettive eterogenee.
Il pop, infatti, si può usare in modo “asettico”, didattico, come esempio chiarificatore di un concetto complesso. Oppure in modo più estremo, come “virus” dal quale la stessa filosofia non è immune. I linguaggi del pop, in questa prospettiva, non sono linguaggi altri con i quali la filosofia si confronta, ma diventano essi stessi linguaggio filosofico.

[…]

Entriamo nel merito. Avete scelto una parola composta che considera la sola sophia, la sapienza che è saggezza, lasciando cadere la philia, l’amicizia.
Più che sull’assenza della “philia”, vorrei concentrarmi sulla presenza del “pop”. Vorrei tornare al secondo significato di ‘popsophia’ che all’inizio della nostra conversazione ho solo accennato. Della popsophia, dicevo, si possono dare due definizioni, e finora ci siamo soffermati parecchio sulla prima, in cui “pop” vuol dire semplicemente “popolare”.
Ma c’è quel secondo significato di “pop” che implica un atteggiamento provocatorio ed estremo che fa emergere la sophia, la saggezza, del mondo apparentemente effimero e superficiale della popular culture. Il filosofo è contemporaneamente interprete e spettatore; tenta, a tastoni, di conoscere meglio la società di massa che già da sempre lo definisce.

Quello che troviamo alla fine del processo e che lei chiama popsophia è quindi qualcosa di nuovo rispetto al semplice fenomeno pop. Può definirci con chiarezza il punto di partenza e il punto di arrivo?
Mi fa una domanda a cui non so rispondere. Il punto di partenza e il punto di arrivo sono, per così dire, “oggetti fantasmatici”. Il percorso di popsophia è un viaggio alla deriva come quello del viandante che abbiamo scelto come simbolo [N.d.R. Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, adottato da Popsophia come proprio logo, ridisegnandolo]: non sappiamo dove vogliamo arrivare e non vogliamo neppure saperlo.
La sfida culturale di Popsophia è contenere le contraddizioni, le molte voci del mondo filosofico contemporaneo che spesso non trovano espressione nelle università e che traghettano cosmogonie diverse.
C’è chi pensa che il filosofo oggi non sia più l’autore di saggi o il professore di filosofia, ma il romanziere, il cantante, il costruttore di serie televisive. La cosa più interessante è l’interazione fra questi modi antitetici e contrastanti di porci domande sulla realtà contemporanea.

[…]

Il neologismo Popsophia infatti è molto potente.
Il neologismo è stata una calamita. Tutti si sono chiesti: che cosa significa quest’accozzaglia di termini? L’idea di dare a un Festival un nome che incarna anche un genere filosofico specifico ha creato da subito dibattito.
Ma non è semplice comunicare quello che facciamo al di là del carattere effimero dell’evento. Vogliamo aprire una rivista annuale in cui raccogliere i contributi inediti dei relatori. Inoltre lavoriamo nel settore della formazione con le istituzioni scolastiche, le accademie di Belle Arti, le Università. Stiamo progettando un master e una summer school di pop filosofia per il prossimo anno.
Insomma, il bello deve ancora venire.

L’intervista completa è pubblicato su Diogene Magazine n. 38. Per info su acquisto e tempistiche di spedizione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Redazione
19/06/2015

Immagine: Papillon. La redazione lo propone come simbolo di Popsophia, perché Lucrezia Ercoli ne ha fatto un aspetto della sua immagine pubblica. © Cecilia De Dominicis

 

LIBRERIA FILOSOFICA

Forum Referendum

IMMAGINI

VIAGGI FILOSOFICI

Questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione ne autorizzi l'uso. Se vuoi saperne di più clicca su "Leggi dettagli”.