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La competenza linguistica del “parlante-ascoltatore idealizzato”
Noam Chomsky (nato nel 1928 a Filadelfia) è stato allievo di Roman Jakobson e di Zellig S. Harris. Quest’ultimo ha compiuto negli Stati Uniti il tentativo più importante di sistemazione del metodo di analisi linguistica basato sulla segmentazione della frase e sulla classificazione delle unità linguistiche (analisi tassonomica) sviluppandolo fino a identificarne i limiti e a proporre delle innovazioni che hanno portato Chomsky alla elaborazione della teoria linguistica che va sotto il nome di grammatica generativo-trasformazionale.
Chomsky individua i limiti dello strutturalismo linguistico nel sua carattere descrittivo e classificatorio e ne propone il superamento attraverso l’impiego di modelli e metodologie che sono il risultato dell’incontro della linguistica con la logica matematica e la cibernetica e dell’influenza del neopositivismo, in particolare della sintassi logica di Rudolf Carnap. Procedendo nella direzione del danese L. Hjelmslev e di Harris, ma anche in accordo alle nuove posizioni di teoria della scienza, Chomsky propone l’abbandono dei metodi induttivi in linguistica e l’impiego del metodo ipotetico-deduttivo. Per essere propriamente scientifica, la linguistica dev’essere infatti una disciplina esplicativa e non meramente descrittiva.
Nel 1957 Chomsky pubblica un’opera, le Strutture della sintassi, che rappresenta una vera e propria rivoluzione nella scienza del linguaggio. Lo studioso americano vi espone una teoria sintattica secondo la quale qualsiasi lingua risulta composta da frasi nucleari e da frasi non-nucleari, complesse, derivabili dalle prime attraverso operazioni che, con un termine di provenienza matematica, vengono chiamate “trasformazioni”. La grammatica deve “generare” (un altro termine matematico che significa caratterizzare, selezionare, calcolare secondo una certa regola) tutte le frasi complesse di una lingua in base alle “trasformazioni” delle frasi nucleari. Per i numeri naturali, la formula y+2x (dove y sta ad indicare un qualsiasi numero pari e x un numero qualsiasi pari o dispari) è la formula che genera i numeri pari. Benché la serie di questi ultimi sia infinita, una regola semplice e finita è in grado di generarli tutti. Allo stesso modo, la grammatica, come congegno generante, come grammatica generativa, deve essere costruita sulla base di regole di questo genere, e generare tutti gli enunciati possibili in seguito alle “trasformazioni” ottenute a partire da frasi elementari.
Chomsky distingue nel linguaggio verbale due distinti livelli: uno più astratto, che costituisce l’oggetto della grammatica generativa propriamente detta, e uno più concreto, costituito dall’effettiva produzione linguistica del parlante reale. Questa distinzione, ripresa successivamente in Aspetti della teoria della sintassi (1964) e precisata come distinzione fra “competenza” (competence), cioè il sistema di regole linguistiche generali possedute dal parlante ideale, e “esecuzione” (performance), cioè l’uso effettivo della lingua in situazioni concrete.
Rispetto all’opera precedente, gli Aspetti della teoria della sintassi presentano altresì una modifica significativa della grammatica trasformazionale, legata alla sostituzione della distinzione tra frasi nucleari e frasi non-nucleari con quella tra due modelli più formalizzati, cioè tra “struttura profonda” (ossia l’organizzazione più “radicale”-elementare dell’espressione linguistica) e “struttura superficiale” (ossia l’organizzazione della stessa frase, così come si presenta). La possibilità di dimostrare che la struttura profonda è in certi casi completamente diversa dalla struttura superficiale e che frasi che hanno strutture superficiali identiche differiscono nelle strutture profonde fornisce la motivazione principale e la giustificazione empirica della teoria della grammatica generativa trasformazionale. Così, una frase ambigua come “La paura dei nemici era grande”, che ha un significato diverso, pur presentando la stessa struttura superficiale, a seconda che siano i nemici ad avere o a fare (a seconda cioè che “dei nemici” sia un genitivo soggettivo o un genitivo oggettivo) perde la propria ambiguità quando se ne considerino le due strutture profonde diverse da cui deriva: “I nemici avevano paura e la paura era grande”; “Si aveva paura dei nemici e la paura era grande”.
La grammatica di una lingua deve descrivere la competenza di un parlante-ascoltatore idealizzato, che si suppone che appartenga a una comunità linguistica omogenea, e tale competenza consiste nell’abilità di assegnare strutture profonde e superficiali a un campo infinito di frasi. Un individuo che conosce una lingua particolare possiede il controllo di una grammatica che genera l’insieme infinito di strutture profonde che, applicate alle strutture superficiali, generano le interpretazioni semantiche e fonetiche. È questa competenza sottostante all’esecuzione a permettere, secondo Chomsky, l’”uso creativo” del linguaggio.
E proprio per valorizzare la creatività linguistica che Chomsky sottopone a una critica radicale il comportamentismo, che soprattutto grazie all’opera di Leonard Bloomfield (Il linguaggio, 1933 e di Burrhus Skinner (Il comportamento verbale, 1957) dominava la scena intellettuale statunitense alla fine degli anni cinquanta. Nella stessa prospettiva egli rivaluta inoltre il razionalismo classico e la tradizione linguistica da Cartesio a Humboldt, da lui denominata “linguistica cartesiana”. In questa direzione si muovono vari saggi chomskiani, come: Gli attuali problemi di teoria linguistica (1964), Linguistica cartesiana (1966), Recenti contributi alla teoria delle idee innate (1967), Mente e linguaggio (1968).
In tali saggi Chomsky tende a dimostrare soprattutto tre tesi, strettamente connesse tra loro: 1. La “competenza” linguistica si estende molto al di là dei dati esterni che, nell’apprendere la lingua, il soggetto parlante ha avuto a disposizione; 2. Più in particolare il soggetto parlante ha la capacità di formulare e comprendere un numero infinito di frasi nella sua lingua, pur avendone potute apprendere empiricamente e ab externo un numero finito; 3. Il principio comportamentistico secondo il quale l’apprendimento e l’uso del linguaggio vanno spiegati in base al meccanismo stimolo-risposta e/o a fattori quali l’addestramento e la ripetizione è un principio concettualmente ed empiricamente insostenibile. Tutto ciò conduce Chomsky a formulare quella ch’è una delle sue concezioni fondamentali: la concezione per cui la “competenza” linguistica implica l’esistenza nell’uomo di strutture linguistiche innate e universali.
In alcuni lavori assai significativi Chomsky ha anche cercato di mediare il proprio innatismo linguistico con un’interpretazione del soggetto tratta dalla cibernetica (ossia dalla scienza che studia i principi di autoregolazione e comunicazione di determinati sistemi o costrutti fisici). Per la propria capacità di usare la lingua in modo determinato non tanto da sintomi esterni quanto da funzioni interne, il parlante-ascoltatore ideale chomskiano opera come un meccanismo cibernetico, autoregolantesi.  La teoria linguistica — o più propriamente, psico-linguistica – assume perciò per Chomsky il compito di determinare e analizzare l’organizzazione interna di questo soggetto cibernetico.
Chomsky ha anche cercato di dare alla sua teoria linguistica una fondazione neurofisiologica e (ancor più) bio-genetica delle strutture linguistiche “profonde”. Egli perviene così alla contrapposizione fra le proprietà essenziali del linguaggio che sono biologicamente determinate ed espresse dalla cosiddetta “grammatica universale” e i fatti accidentali che “distinguono una lingua particolare da un’altra”.
Dalle caute ipotesi e dai postulati prudentemente formulati sulle strutture innate del linguaggio nei primi lavori Chamsky è passato nei suoi ultimi scritti non solo ad affermazioni sempre più decise sull’indubitabile esitenza di tali strutture, ma anche (cfr. ad esempio le Riflessioni sul linguaggio (1977) all’assunzione della teoria delle strutture innate e universali del linguaggio come base di una teoria generale della conoscenza (v. La conoscenza del linguaggio, 1985). Come diversi critici della concezione chomskiana del linguaggio hanno mostrato, tra cui particolarmente il filosofo polacco Adal Schaff, le scienze biologiche attuali non sono in grado di confermare, se non in minima misura, le sue ardite speculazioni.
D’altra parte, l’innatismo e il biologismo chomskiani non sono componenti inseparabili della teoria della grammatica generativo-trasformazionale. Sono piuttosto il risultato della confusione fra due livelli diversi: quello dell’astrazione, in cui rientrano sia le strutture linguistiche e sia il parlante idealizzato appartenente a una comunità linguistica omogena, e quello del parlare reale e delle differenziazioni sociolinguistiche. Ciò fa sì che si attribuiscano alla specie umana, alla natura biologica dell’uomo leggi e strutture che sono costruzioni astratte, il cui scopo dovrebbe essere quello di determinare il concreto senza essere confuse con esse.

Il linguaggio tra Platone e Orwell: linguaggio e ideologia in Chomsky
Nel libro intitolato La conoscenza del linguaggio (1985), Chomsky individua due problemi che soprattutto lo hanno interessato in tutto il corso della sua ricerca. Il primo consiste nel cercare di spiegare come sia possibile avere conoscenze molto ampie, pur partendo da dati limitati: è il “problema di Platone”. Il secondo, invece, è il problema di spiegare come, pur avendo una notevole quantità di dati, sia possibile ottenere conoscenze molto limitate: è il “problema di Orwell”, “un problema corrispondente nel campo della vita sociale e politica di quello che potrebbe essere chiamato il ‘problema di Freud’” (Chomsky 1985, it.: 3).
Il problema di come si costituisca una conoscenza ampia, esauriente e organizzata secondo regole precise, a partire da dati limitati e frammentari (il “problema di Platone”) viene affrontato da Chomsky con diretto riferimento al linguaggio verbale: si tratta del problema di come si formi la competenza linguistica che permette al parlante di formulare e di comprendere un numero infinito di frasi di una determinata lingua, avendo avuto di quella lingua solo un’esperienza limitata a un numero finito di frasi, per giunta non sempre complete e corrette. Invece quello che Chomsky indica come “problema di Orwell” è problema dell’ideologia, in quanto la ristrettezza conoscitiva, rispetto all’ampiezza del numero di dati a disposizione, è considerata come dovuta a motivi di ordine ideologico.
Il problema di Platone, riferito al linguaggio verbale, è, secondo Chomsky, “di pertinenza della scienza”. Esso richiede “principi esplicativi, spesso reconditi e astratti”. Invece, lo studio del problema di Orwell consiste principalmente nell’”accumulare dati ed esempi” (ivi: 6). Si delinea chiaramente così la netta separazione fra due campi di interessi, che sdoppia lo stesso Chomsky in un Chomsky “scienziato” come linguistica, e in un altro (altrettanto attivo e produttivo di articoli e libri a carattere sociologico-politico rivolti soprattutto alla critica dell’ideologia e della politica degli Stati Uniti) che denuncia le ideologie dominanti e ne evidenzia il carattere distorcente, riduttivo, alienante.
Che lo studio dell’ideologia non sia necessariamente destinato ad essere un accumulo di dati ed esempi, ma che possa invece essere condotto scientificamente, soprattutto in connessione con le scienze dei segni, è ampiamente mostrato da autori quali Schaff, Rossi-Landi, Prieto. Sulla possibilità di uno studio scientifico dell’ideologia e del suo rapporto con il segno e con il linguaggio verbale in particolare, v. sopra, il capitolo VII).
Dunque la differenza di metodo nell’affrontare il problema di Platone e il problema di Orwell diviene quello fra uno studio del linguaggio, che è scientifico perché esplicativo, e uno studio dell’ideologia, non scientifico, perché solo descrittivo. In quanto non esplicativo, perché privo di basi teoriche, il discorso sull’ideologia, “accumulando dati ed esempi” può trasformarsi in denuncia, ma è incapace di divenire critica dell’ideologia. Lo studio del linguaggio, benché esplicativo, ma non fino al punto di interessarsi dei rapporti fra linguaggio e ideologia e dunque del contesto sociale e politico della produzione linguistico-ideologica, resta anch’esso incapace di assurgere a critica del linguaggio. E non si interessa della dimensione storico-sociale del linguaggio, perché Chomsky risolve il problema di Platone, per ciò che concerne il linguaggio, ricorrendo, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, all’innatismo: un innatismo aggiornato tramite una formulazione in termini biologici. Per Chomsky, si tratta di “accertare la natura del patrimonio biologico che costituisce la ‘facoltà del linguaggio’ dell’uomo, la componente innata della mente/cervello che, una volta entrata in contatto con l’esperienza linguistica, produce la conoscenza del linguaggio, cioè converte l’esperienza in un sistema di conoscenza” (Chomsky 1985, it.: 4).
La scelta dell’innatismo biologico come soluzione del problema dello scarto fra “competenza linguistica” ed “esperienza linguistica” è giustificata da Chomsky attraverso la critica del comportamentismo e la dimostrazione che il ricorso alla teoria dello stimolo-risposta non permette di spiegare tale scarto. Si tratta però di un certo tipo di comportamentismo, vulnerabile soprattutto per il sua visione meccanicistica. Il riferimento della critica da parte di Chomsky è costituito principalmente da Skinner. Bisognerebbe invece esaminare la capacità di tenuta della critica di Chomsky qualora sia raffrontata con un’ altra tendenza del comportamentismo americano, quella di Charles Morris (vedi paragrafo 1) che deriva soprattutto da Mead e che è collegata col pragmatismo di Peirce.
Da un confronto con le posizioni della semiotica di Charles S,  Peirce e di Charles Morris, deriverebbe in primo luogo una revisione del concetto di “esperienza” usato da Chomsky. Tale concetto risulta molto ingenuo perché sembra ignorare tutto lo sviluppo del pensiero filosofico da Kant a Husserl e a Peirce. Per “esperienza linguistica” Chomsky intende una passiva esposizione ai dati linguistici, che così intesa non può spiegare la formazione della “competenza linguistica”. Da qui la necessità di far ricorso a una Grammatica Universale Innata, quale patrimonio biologico, una componente innata della mente/cervello. Dall’incontro fra la cosiddetta esperienza linguistica e questo “dispositivo innato” si produrrebbe la conoscenza del linguaggio. In effetti l’”esperienza linguistica” basta da sola a spiegare la competenza linguistica, se la si considera costituita, come qualsiasi esperienza, da processi interpretativi in cui concorrono insieme induzione, deduzione e abduzione. L’”aspetto creativo del linguaggio”, che a Chomsky interessa soprattutto, potrebbe essere spiegato attraverso lo studio delle interpretazioni abduttive: nel riconoscimento di una frase nuova, formulata nella lingua di cui si ha esperienza, e nella adeguata risposta ad essa, non c’è nulla di più strano del riconoscere un utensile appartenente alla cultura di cui si ha esperienza e dell’assumere un adeguato atteggiamento nei suoi riguardi: non ho mai visto “quel” martello, ma la mia esperienza mi fornisce il type di cui esso è token, il tipo di cui esso è un esemplare, e dunque so che cos’è e so che farne; vedo soltanto un lato dell’oggetto che mi sta di fronte e che interpreto come “tavolo”, presumendo che esistano gli altri tre lati; e più esattamente lo interpreto come “scrivania” in base al contesto in cui si trova, alla presenza di cassetti, agli oggetti che vi sono sopra.
La concezione chomskiana del linguaggio resta legata alle alternative classiche di ragione e di esperienza, razionalismo ed empirismo; e in questo senso è estranea al criticismo kantiano e ai suoi sviluppi (fra i quali ricordiamo qui la fenomenologia di Husserl la filosofia delle forme simboliche di Cassirer – vedi sopra, in questo stesso capitolo – e la semiotica di Peirce) e dunque alla sua istanza di superamento dell’astratto razionalismo e dell’astratto empirismo.
Una riflessione sulla semiotica di Peirce potrebbe essere di valido aiuto per la soluzione del “problema di Platone” e per lo studio del funzionamento del linguaggio e del suo apprendimento: se non per altro, certamente per lo “spessore filosofico” della ricerca di Peirce, sicuramente più ampio della “linguistica cartesiana”, a cui Chomsky collega la propria posizione. Per esempio, è un ampio serbatoio, da cui Peirce attinge per la sua semiotica cognitiva, tutta la ricerca logico-semiotica medievale. Si pensi soltanto a come il problema chomskiano di disambiguare le frasi potrebbe avvalersi delle analisi del Tractatus o Summule logicales di Pietro Ispano.
Collegata con un concetto di segno basato sulla nozione peirciana di “interpretante”, la teoria della grammatica generativa riceverebbe un’adeguata impostazione per la comprensione di come avviene da parte del parlante l’interpretazione delle enunciazioni (vedi sopra: capitolo III, 2).
Chomsky ignora completamente il livello in cui l’interpretante non si limita a identificare il segno interpretato, ma s’instaura con esso un rapporto di coinvolgimento, di partecipazione, di rifiuto: risponde ad esso e prende posizione nei suoi confronti Esso è strettamente collegato con la componente ideologica. E una teoria dell’ideologia dovrebbe partire dall’analisi di questo tipo di interpretante. L’”interpretante di comprensione rispondente” non riguarda una dimensione a sé stante del segno, quella pragmatica, ma è ciò che lo rende propriamente segno.

Augusto Ponzio
05/11/2014

BIBLIOGRAFIA

Chomsky, Noam
1966  Current Issues in Linguistics Theory, Mouton, The Hague; trad. it. di A. De Palma,
        Problemi di teoria linguistica, Boringhieri, Torino 1975.
1969-70  Saggi linguistici, 3 voll., pref. di G. Lepschy, Boringhieri, Torino.
1975  Reflexions on Language, trad. it. di S. Scalise, Riflessioni sul linguaggio, Einaudi, Torino 1980.
1977  Intervista su linguaggio e ideologia, a cura di M. Ronat, Laterza, Roma-Bari.
1980  Forma e interpretazione, introd. di G. Graffi, Il Saggiatore, Milano
1985  Knowledge of Language, trad. it. di G. Longobardi e M. Piattelli Palmarini, La conoscenza  del linguaggio, Il Saggiatore, Milano 1985.
1991  Linguaggio e apprendimento, Jaca Book, Milano
2008  Regole e rappresentazioni. Sei lezioni sul linguaggio. Sei lezioni sul linguaggio, Milano, Baldini Castoldi Dalai.

Ponzio, Augusto
2007  A mente. Processi cognitivi e formazione linguistica, Perugia, Guerra Edizioni.
2013  Il linguaggio e le lingue, Introduzione a una linguistica generale, Milano, Mimesis.

ImmagineLes Parau, Parau (Parole, parole), Paul Gauguin, 1891

 

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